Il video amoreggia con il teatro - Magazine

Teatro Magazine Venerdì 25 agosto 2006

Il video amoreggia con il teatro

In alto un'immagine da "Madrea e assassina" di Teatrino Clandestino, in basso un fotogramma da "Habemus Papam?" di Fanny&Alexander.
© Habemus Papam? - Fanny&Alexander

Magazine - Il video-teatro alla Fortezza è un'intricata trama di suoni, immagini e musiche che ammicca da un androne all’altro, come il richiamo di una sirena, facendosi beffa delle spesse mura.
Disturbante e affascinante, autonomo ma guidato, l’itinerario proposto dal (fino a stasera, venerdì 25 agosto, dalle ore 21. Sabato 26, il sipario chiude su , ore 21) su tre stanze dedicate, è un’incursione brutale e necessaria dentro quella regione del teatro italiano che è geografica - sta a est in un ampio territorio tra Rovigo e Santacargelo di Romagna - ma che, in quanto percorso conoscitivo dentro le arti e i linguaggi, è più d’un passo oltre le muse classiche, seppure se ne pasce con profonda ingordigia e irreprensibile necessità di sapere e provare.
Sono all’opera il , il , e il filmmakersgroup Zapruder, tutti impegnati lungo il sottile confine - che vogliono rettificare - tra teatro e cinema, il video e la performance, l’installazione e la narrazione. C’è anche e la sua compagnia con una versione DVD de Il silenzio in francese, che prendendo spunto dal terremoto di Gibellina, in quanto disastro naturale, riflette sul quell’attimo eterno e muto in cui tutto cessa, ed è morte, ma è subito anche rinascita e vita.

Quello che emerge dall’abbuffata compulsiva è la potenza della carne umana, che trattiene molta dell’immediatezza del palco; la fascinazione e violenza che le relazioni tra i corpi innescano e proiettano; l’instabilità dell’essere, la sua costruzione e distruzione continua che lascia il guscio-corpo, spesso intatto seppure affetto dalla precarietà; e, certo, una straordinaria capacità di coinvolgimento che passa più per un’emotività ancestrale e originaria, più tipica di un rito, che per quella più frequente e immediata di fruitori-consumatori.
Che storie si raccontano? Quali protagonisti? In quali ambienti? Come a teatro nessuna di queste domande è strettamente necessaria per afferrare il senso o assaporare il lavoro che ci viene presentato.

Il melologo La Tempesta è un video di otto minuti, girato in video8, «con tre microcamere posizionate sul palco durante tre serate di rappresentazione dello spettacolo» stesso, come si legge sul programma. Pietro Babina, regista, ha voluto «creare una stratificazione di narrazioni» che prendendo spunto da una scena madre, cioè originaria, aprano a una vasta possibilità di versioni e intuizioni di ogni spettatore/trice. Proprio come in Shakespeare tutto parte da un antefatto che poi si dilata a dismisura. In un’altra stanza Il Galileo delle api di Massimo Munaro, Teatro del Lemming, è un’opera video che ha preceduto la realizzazione dello spettacolo e vuole essere un rebus da decifrare, che la compagnia ha costruito con un lungo lavoro a partire da Galileo di Bertold Brecht e il Linguaggio delle api, di Karl von Frisch.

Per goderci un anticipo sul programma, (dopo aver apprezzato anche Si prega di non discutere di casa di bambola e l'indigesta quanto inquietante Madre e assassina, entrambi di Teatrino Clandestino), ci chiudiamo a fine serata nella stanza che gli Zapruder hanno allestito per l’installazione per video e macchine del suono Habemus Papam?, dal progetto , creato con Fanny&Alexander (in programma stasera, venerdì 25 agosto, ore 21).
Un video di soli 15 minuti incentrato su l'adolescente Heliogabalus, che regnò dai 14 ai 18 anni in Siria. Come un adolescente qualsiasi, per tre attori, che danno corpo a questa figura, sono colti nell’intimo della loro stanza, mentre cercano di costruirsi un’identità in funzione di un pubblico.
Armato/i di solo corpo questo adolescente si prova con il sacro, il potere religioso e l’immagine cronachistica di Papa Giovanni II sugli sci, per inventarsi e inventare la sua immagine di fronte ad alcuni sconosciuti: una riflessione che tocca il processo creativo dell’artista e che si compone di «gesti, luci una partitura musicale e pochi oggetti, ma tre lingue impossibili tra cui il riferimento più insistito è alle invenzioni linguistiche di Tommaso Landolfi». Questa sera (venerdì 25) gli Zapruder presenteranno anche il loro film Morning Smile, liberamente tratto dall’episodio Dirty di Georges Battaille e legato all’ottava novella del Decameron (5° giornata).

Intervista agli Zapruder
«Tutta la nostra produzione – mi spiega Nadia Ranocchi – è legata all’opera di Bataille, sia come scrittore che come pensatore. Ci somiglia un po’...». Nati all’inizio del 2000, gli Zapruder sono tre: David Zamagni, Nadia Ranocchi e Monaldo Moretti. «L’incontro tra me e David – va avanti Nadia – ha portato a una serie di sperimentazioni fino al nostro primo film Spring Roll in cui si è inserito anche Monaldo e che nel 2002 ha vinto il prestigioso premio del . Nasciamo come filmakers e ci definiamo cineasti e cineoperatori. Ci rivolgiamo verso un linguaggio primitivo del cinema, consci però della contemporaneità che indossiamo. Morning smile è realizzato con una macchina anni ’60 che permette piani sequenza di un massimo di 30 secondi. Affrontando questi limiti andiamo alla ricerca di un nostro linguaggio».
La collaborazione con Fanny&Alexander è nata in modo spontaneo. «David ha lavorato con i Motus dal ’94 al 2000, sia come attore che come autore. Poi è nata in lui l’esigenza di allontanarsi dal teatro per portare avanti il discorso sul cinema».

Il rapporto con Luigi De Angelis di Fanny&Alexander dura da moltissimo tempo - mi racconta David - ma la prima vera collaborazione è nata intorno a Requiem nel 2003. «Da lì è cominciato un lavoro di produzione video legato all’utilizzo dell’immagine registrata nella situzione teatrale: come inserire a livello drammaturgico l’immagine video, facendole perdere la sua specificità.
Da lì Ardis I, un’animazione molto primitiva e Ardis II, fatto di immagini stroboscopiche accoppiate e poi Rebus per Ada, Vaniada, un lavoro sul buio e sul nero realizzato con una tecnica complessa che produce immagini rarefatte simili a un disegno a china, con un effetto finale non apprezzabile se non dopo una lunga permanenza al buio».
Il progetto comune tra Zapruder e Fanny&Alexander è legato al cinema da camera: un tipo di cinema che vuole allontanarsi da forme canoniche e logiche classiche per comporre lavori caratterizzati da spazi ricostruiti e molto raccolti, le cui scenografie fanno parte integrante del film e allo stesso tempo lo superano. Qualcosa che si accosta alla video-arte? David non è d'accordo. Questa definizione è chiaro che non lo soddisfa. «Forse la avvicina, ma in realtà non è neanche quello - afferma - è semplicemente portare il cinema fuori da se stesso».

Info: , cell. 3405327681

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