Magazine Giovedì 17 agosto 2006

Fermata nel mezzo del nulla

© Luca Carbonaro
Un ragazzo, teenager lentigginoso con felpa bianca e cuffie attorno al collo, fa segno di fermarsi al n°33 per Baile Brigín. Sale fino al piano di sopra, quello da cui avrebbe una vista splendida a trecentosessanta gradi, se non fosse per le vecchie chiazze qua e là sui finestrini. Mi passa accanto sfilandosi il cappuccio e lasciando libero il rosso fiammante dei suoi capelli. Mi domando da dove venga, o il motivo per cui si trovi qui... è un lunedì mattina di febbraio; lui solo aspettava sul lato sinistro della strada. Tutto intorno campi e alberi, prati e qualche pecora... nient’altro. Non mi sento di escludere che sia semplicemente un folletto con l’ipod.
Solo dopo che il mezzo della Dublin Bus è ripartito, riesco a scorgere una piccola casetta bianca, appena visibile nel folto della vegetazione: ha il muretto in cotto che termina contro un barbecue annerito dagli anni. L’altalena nel giardino è pesantemente immobile in mezzo al prato.

Ci vogliono dieci minuti per raggiungere il paese più vicino, se può essere chiamato paese una strada con trenta case, divise su ambo i lati. Ogni casa non supera i due piani, e gareggia presuntuosamente con la dirimpettaia nell’avere il front-garden più ordinato.
Su uno dei pochi edifici commerciali, mi sorprendo di trovare la scritta "Genoa Cafè", dipinta in nero sopra la vetrina. Non ho il tempo di guardare all’interno, ma non posso fare a meno di pensare che a gestirlo sia un genovese immigrato, perduto amante dell’Irlanda. Conosco qualcuno che farebbe lo stesso...
Il bus passa accanto ad alcune case dai tetti in paglia; m’immagino disteso lì sopra ad ammirare le stelle, in una notte senza nuvole.

Nel frattempo il folletto è sceso e l’osservo entrare nella drogheria locale, quella con il nome delle patatine (tutti i gusti più strani) appeso accanto alla porta. Il viaggio continua; ancora campi, pecore, muretti a secco e fermate che spuntano dal nulla, dove c’è sempre qualcuno che sale (pare che se li portino da casa, i cartelli rotondi del Bus-Stop), o che scende, e s’incammina verso una destinazione che semplicemente non esiste. All’inizio mi sforzo d’indovinarla, poi non ci faccio più caso: a volte sapere dove si va non ha importanza.
Ogni cosa, nel viaggio, compare improvvisa. Come la panchina, davanti ad un campo che termina oltre la collina, su cui un anziano Irishman attende, sotto una lieve pioggia, riparato dal suo floscio berretto di lana e appoggiato al suo bastone. Non c’è la fermata dell’autobus. Attende e basta.

Ogni cosa compare improvvisa, come l’oceano, dopo una curva, e mi chiedo come ha potuto nascondersi, grande com’è: sembra uno degli immensi prati d’Irlanda, mossi dal vento... solo dipinto coi colori sbagliati.
Innanzi alla costa spuntano tre o quattro atolli verdi, ognuno con la propria torre d’avvistamento (contro gl’inglesi, immagino). Neanche le attenti torrette, con queste nubi grigie, riescono a vedere il sole, oggi; ma il cielo azzurro all’orizzonte, quello sì. Uno strappo nella coperta scura di quest’isola bagnata: ho la sensazione di respirare meglio, ora.

Sono così perso a guardarmi attorno che ho saltato la fermata per Ardgillan Castle. Me ne accorgo perchè alla fine dell’ennesima strada-paese l’autista urla “Last Stop!”, capolinea. Così, dopo aver chiesto le debite informazioni, pazientemente mi suggerisce di aspettare dalla parte opposta, assicurandomi del passaggio del bus in venti minuti circa. Seduto sul muretto, dopo aver attraversato la strada, osservo l’autista dare gas e andar via, oltre le case, lasciandomi praticamente solo, eccetto i corvi in fila sui pali elettrici di fronte.
Decido di fare due passi, e mi dirigo verso un maneggio che ho visto lì vicino. La stalla è separata dall’abitazione mediante un filario di alberi e una staccionata bianca. Non c’è suono intorno, eccetto l’abbaiare di un cane in lontananza e la musica... dalla stalla!

La radio scivola tra le porte aperte, dove due cavalli si affacciano ad osservare la mia presenza; non c’è nessun altro. Solo questi due puledri irlandesi, che ascoltano musica folk e che non mi stupirei affatto se venissero allevati a biada e birra. Alle 12.30, puntuale, il Dublin Bus n°33 per la capitale arriva e mi si fema davanti.
Spalanca la porta.
L’autista, quello che mi aveva da poco scaricato, mi guarda negli occhi con un sincero sorriso e mi dice: "Nice to see you again!".

Luca Carbonaro

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