Magazine Lunedì 7 agosto 2006

Un giorno insieme a te

Magazine - Alessio Caldano non è nuovo sulle pagine di mentelocale.it. Qualche mese fa abbiamo pubblicato una serie di suoi interventi sul mondo del calcio: una sorta di fenomenologia del maschio malato di pallone, autoironica e divertente. Per farti un'idea leggi , e . Ora Alessio è tornato, stavolta con un racconto che non ha nulla a che fare con lo sport, ma piuttosto con un inseguimento molto particolare. Eccolo

8.15
Fermata dell’autobus. Bionda. Borsa peruviana intrecciata a tracolla. Jeans chiari. Top bianco.
Cammina a testa alta. Affretta il passo con il braccio proteso oltre il marciapiede, l’indice in fuori per attirare l’attenzione dell’autista che in ogni caso l’avrebbe notata.
L’autobus rallenta, muore piano piano, si apre la porta anteriore.
La porta si richiude sbuffando, il vagone arancione riparte, io metto in moto, inserisco la prima e m’incollo al culo del bus.
Lei sicura si dirige verso gli ultimi posti vuoti nei seggiolini sbadatamente disposti in fila sul fondo come in teatro di periferia.
Si siede, si sistema i capelli subito scompigliati dalla prepotenza dell’aria calda che entra dai finestrini. Apre la borsa, salta fuori un libro che si appoggia sulle gambe. Io non vedo né il libro né la borsa, vedo solo le sue spalle scoperte, i capelli sciolti, gli occhiali adibiti a cerchietto.

9.20
Sta arrivando. Riconosco il suo portamento tra decine di teste, di passi, di paure.
Io dopo aver superato l’autobus nell’ultimo rettilineo ho parcheggiato e la sto spiando nascosto dietro un bidone della raccolta differenziata.
Faccia imbronciata, passo deciso, non si cura dell’asfalto, del semaforo, del mondo.
La piccola discesa, l’insegna del bar e le sono di nuovo alle spalle, a chiudere il corteo di zaini, borse e valigette incanalate verso l’entrata della facoltà. Sempre più decisa e concentrata entra in aula, occupa i posti anche per le sue amiche, saluta un paio di camicette con un sorriso di vera circostanza, riesce e si dirige in bagno.
Io faccio finta di telefonare e non la perdo d’occhio.

10.30
La lezione è terminata. Esce con calma fra gli ultimi dall’aula, si stira leggermente, s’incammina scendendo senza fretta le scale verso l’uscita parlando, sembrerebbe, del film della sera prima con una ragazza con le cosce grosse e i capelli raccolti.
Io scendo veloce l’altra rampa di scale e mi precipito di corsa verso il parcheggio.
È uscito un sole deciso e fastidioso che ha riscaldato terribilmente l’abitacolo dell’auto. Apro entrambi i finestrini. Mi metto gli occhiali neri e mi muovo verso la strada principale accostandomi in doppia fila. Lei mi supera, aspetta per almeno dieci minuti il numero giusto, ripete il gesto delle 8.15 e sale sull’autobus. Io seguo la scia della nave.

11.00
Scende dall’autobus. Ed io la perdo come uno stupido, come un principiante alle prime armi, e butto via minuti preziosi aspettando il mio turno nell’unico posteggio a pagamento della piazza.
Inizio a sudare, prima caldo, poi freddo.
Cerco comunque di recuperare terreno affrettando il passo. Ma la città in questo punto è un labirinto di vicoli, slarghi, salite, è un calderone di razze e di età, è una miscellanea di odori e suoni.
Preso dal panico, dai crampi allo stomaco, la cerco senza adattare alcun accorgimento, rischiando di farmi scoprire. Il caldo, la folla, l’odore di incenso che proviene dalle bancarelle.
E il Destino beffardo, che prima ti provoca, ti stimola e poi ti lascia e vola via, ritorna fratello e me la regala davanti ad una vetrina intenta ad analizzare. Mi cedono le gambe, mi asciugo il sudore con un fazzoletto, il ciuffo bagnato segue la linea che le mie dita gli danno. Una signora mi guarda incuriosita io la incenerisco con lo sguardo.
Lei continua a girare.
Un negozio. Niente. Un grande magazzino. Entra. Esce con un sacchetto. Incontra un ragazzo e una ragazza mano nella mano.
Scambiano due parole, sorrisi, un saluto. Io sempre dietro, nascosto.
Poi lei imbocca una stradina stranamente silenziosa: pochi negozi, saracinesche abbassate, in lontananza il borbottio delle auto in coda.
Io mi fermo nascosto dall’angolo di un palazzo.
Lei continua a camminare ignara di tutto, incurante dell’improvviso deserto che ha assopito questa città troppo caotica.
Niente e nessuno sembrano poter turbare questa bonaccia improvvisa, questa nostra inaspettata intimità.
Nessuno può sentirci, nessuno può sentirla.
Nessuno può vederci, nessuno può vederla.
Nessuno può avvicinarla, è sola.
Tutto si consuma in pochi secondi. Metto mano alla tasca interna del cappotto, e con la mano che mi trema, estraggo, impugno, piego leggermente il braccio, chiudo l’occhio sinistro, prendo la mira.
L’indice si abbassa e si chiude con un movimento secco. Nessun rumore, nessun vicino a lei, nessun testimone. Con noncuranza, senza agitazione, senza dare nell’occhio, torno verso la folla.
Uno fra tanti.
Fischietto sorridendo e non resisto alla tentazione di un gelato.
Mi specchio in una vetrina e vedo un barlume di luce nei miei occhi.
Raggiungo il parcheggio, salgo in macchina e con la radio ad alto volume mi dirigo verso casa cantando come un pazzo. C’è traffico ma non me ne frega niente.

Oggi ho rivissuto qualche ora con te. Era da tanto che non succedeva, da più di due anni.
Io sono sicuro di non amarti più, lo so, lo sento. Ma mi sembra strano essere diventato un estraneo per te. E allora sarà quella classica molla che scatta senza preavviso nella nostra testa, sarà stato il pensiero di non avere neanche una tua foto dopo tre anni insieme, sarà stata la follia di un giorno come tanti che mi ha spinto a seguirti e a vivere con te un mattino.
Ti ho seguito, ti ho spiato come farebbe un killer, un maniaco, ma senza morbosità, con affetto, con cura. Pazzi lo siamo un po’ tutti.
Ti ricordi quando mi facevi il resoconto della tua giornata, la sera, al telefono.
Ecco, oggi ti ho anticipato, l’ho saputo prima di qualsiasi altra persona, ho vissuto con te. E poi in quel vicolo deserto ti ho scattato una foto. Di spalle, certo. In lontananza, è vero. Ma è pur sempre una tua immagine, un ricordo tangibile.
Ti ho scattato una foto e poi sono sparito, sono tornato nella mia vita.
Non ti ho rubato niente, ti ho solo osservato, trattenendo il fiato, da dietro una vetrina.

Alessio Caldano

di Daniele Miggino

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

Quasi nemici L'importante è avere ragione Di Yvan Attal Drammatico, Commedia Francia, 2017 Neïla Salah è cresciuta a Créteil, nella multietnica banlieu parigina, e sogna di diventare avvocato. Iscrittasi alla prestigiosa università di Panthéon-Assas a Parigi, sin dal primo giorno si scontra con Pierre Mazard, professore celebre per i suoi... Guarda la scheda del film