Il luglio di Beirut - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 24 luglio 2006

Il luglio di Beirut



Sono tornato a casa, a Beirut. Non avrei mai voluto farlo per il motivo che tutti conoscete, ma in cuor mio sapevo che prima o dopo sarebbe successo.
Sono tornato a casa e mi sembra di averlo fatto con la macchina del tempo, dato che sembra di essere nel 1982. Per ironia della sorte anche in quell'anno vinceste i mondiali... ci sarebbe quasi da ridere, purtroppo questi sono tempi di lacrime.

La mia famiglia sta bene e la mia casa per ora è intatta, ma la città è distrutta in ogni zona nevralgica: strade, ponti e l’aeroporto hanno subito ferite profonde. Nulla in confronto a quelle incise nell’animo della sua gente, della mia gente.
Per chi non la conoscesse, Beirut non è solamente Hezbollah; Beirut è moltissime cose, tra le quali anche fanatismo religioso, ma sarebbe soprattutto cultura e tolleranza se le permettessero di esserlo. E invece, puntualmente, ogni qual volta rinasce una speranza non ci lasciano il tempo di alimentarla, c’è sempre chi riesce a farla morire sotto il peso delle bombe che alcuni considerano necessarie.
Che colpe abbiamo oltre a quella di essere nati in un lembo di terra che si affaccia su uno dei mari più belli del pianeta, ma che purtroppo è schiacciato dalla potenza e dalla prepotenza di registi più o meno occulti?

Forse il mondo è così abituato alle nostre cicliche disgrazie da non riuscir nemmeno ad immaginare la nostra sofferenza. E invece dovreste leggere il terrore negli occhi della piccola Jasmine.
Ma sarebbe sufficiente la rassegnazione degli anziani e la disperazione di chi perde tutto, per l’ennesima volta, di chi perde tutto e già si vede in una baracca di lamiera in qualche campo profughi. Non spetta a me e nemmeno alla mia rabbia giudicare, ma non capisco quanto possa, e a chi possa, giovare questo gioco al massacro.
Ho rispetto per l’Onu, per le grandi potenze mondiali e riesco perfino ad avere rispetto per i giovani israeliani che devono abbandonare le loro famiglie per venire a sparare alle nostre. Ma non ho più rispetto per le persone e per le parole vuote che proferiscono durante i loro vuoti vertici. Non ho più rispetto per chi, nascosto dentro i bunker, lancia proclami di guerra, non ho più rispetto per chi, in nome della propria autodifesa, decide di seppellire sotto le bombe un popolo che non si sente in guerra, c’è solo costretto.

In ultimo non ho rispetto per chi, lontano dalla mischia, si sente in dovere di condannare gli uni ed assolvere gli altri, senza che nemmeno si comprenda con quali criteri e con quali diritti. O forse il criterio è di una semplicità estrema: giustificare sulla base dei propri interessi con il cinismo tipico degli uomini di potere.
Non ci resta che attendere senza sapere bene che cosa attendere, con la consapevolezza di stare sopra una giostra che gira in modo vorticoso e che potrà fermarsi non quando le decideremo noi, ma quando lo faranno altri. Fino a quando arriverà il giorno che fermarsi non sarà più possibile. E forse allora la stupidità umana si renderà visibile nella sua performance migliore.

Andrea Comparini aka Josef

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