Magazine Mercoledì 19 luglio 2006

Una fiaba racconta la mafia

In alto la copertina del libro, in basso una tavola di Marta Tonin che ritrae Mutomonnezza e lo zio Totò
Tutti mi chiamano Mutomonnezza, ma il mio vero nome è Sergio.
Muto va bene, ma monnezza no.
Io non sono nato muto, ma ho capito che è meglio ascoltare e guardare.
Parlare non conviene, e poi non c'è niente da dire.


Con queste parole comincia la storia di Mio padre è un uomo d'onore, scritta da Martina Zaninelli e illustrata da Marta Tonin (Città Aperta editore, 2006, 13,00 euro). Un albo illustrato per bambini, di quelli che farebbero tanto bene anche ai grandi. Un cortometraggio trasferito su carta tramite parole e disegni. Una raffinata composizione dove scrittura e illustrazione si combinano inseparabilmente e la storia va avanti nella voce e con il modo di raccontare di un bambino. Mutomonnezza la storia la racconta a suo piacere e a suo modo: parzialmente, con necessaria omertà, insostituibile senso di assenza e infantile rassegnazione che non è ancora rinuncia, né atto definitivo.

Sergio, mutomonnezza, parte sempre da ciò che non c'è, da quello che sembra un handicap e che poi in realtà, handicap non è. Lui muto non è ma ha pensato bene di diventarlo, lo shock subìto poi - svelato molto lentamente - giustifica ampiamente la scelta. Lo zio di cui Sergio parla, zio non è, ma a lui così si impone e con la stessa caparbia parentale lo trattiene a sé, in un gesto di protezione che è a suo solo vantaggio e non di Sergio. Lo zio Totò dice che Sergio è il suo orecchio e il suo occhio, ma lui ci vede benissimo e si può muovere liberamente. Mutomonnezza per lo zio porta messaggi, guarda e annota tutto quello che succede al mercato e in piazza ma anche davanti alla stazione dei carabinieri: «La cosa che mi piace di più è mangiare la granita davanti alla stazione dei carabinieri. Guardo chi entra, chi esce, che macchine hanno e se ci sono facce nuove. La granita me la regala l'amico dello zio con il chiostro lì vicino».

Sergio non lo sa ma la sua vita si snoda già tra paroloni come traffici illeciti, riciclaggio, collusione, società a delinquere, strozzinaggio e molte altre attività illegali e coercitive che modificano il modo di vivere di intere comunità urbane e contadine, riconoscibile a colpo d'occhio nella parola onnicomprensiva - e purtroppo ancora omnipresente - mafia. Svelando piccole e grandi trame, Sergio arriva vicino vicino a svelare anche la sua, quello che lo fa muto e monnezza agli occhi degli altri. Senza sapere, o forse sapendo ma tacendosi la verità per sopravvivere, Sergio è il più vicino di tutti a quel sette babau che ha distrutto la sua felicità (non dico di più per lasciare tutto il gusto della lettura/visione). Ma poi un giorno la violenza che circonda lo zio ha un'impennata e uno scarabocchio rosso di un pastello a cera segna indelebilmente l'immaginario semplice di una mappa autostradale: è la strage di Capaci. Nella mente di Sergio si riaffolano i ricordi belli, quelli delle parole del papà fiero e felice: «Sono un uomo libero», diceva coltivando la terra con le sue mani. «Non devo niente a nessuno, nè soldi né onore», proprio su questa parola Sergio misura la distanza fra lo zio e i suoi amici e il padre. I modelli maschili messi a confronto su una singola parola mettono immediatamente in luce il bene e il male.

Siamo alle ultime pagine e forse Sergio già si è fatto un'idea chiara del mondo e così essere muto più non gli basta così come gli sta stretto quel suo vivere solo nel pensiero. Ma ci vuole sempre lo sguardo di qualcuno per farci riconoscere per quelli che siamo. Saranno un paio di occhi belli, proprio come quelli che aveva papà, a rivelare a Mutomonnezza la sua identità e a fargli pronunciare, per la prima volta dopo i fatti, il suo nome.

È una storia struggente, piena di desolato terrore, ma ammantata di quella forza di sopravvivenza che tutto può e tutto deve. Fatta di colori pastello sempre cangianti come è nell'universo speranzoso di tutti i bambini, questa è una storia di mafia come ne abbiamo lette tante con la differenza che il linguaggio, i colori, ce la restituiscono, per contrasto, in tutta la sua carica devastatrice proiettandoci nel vissuto, redatto confusamente, di un bambino. È una storia dove c'è un terreno, un contadino che lo coltiva con amore, un boss che vede proprio lì il suo futuro, la sua discarica. E c'è la fine di una famiglia che intralcia gli affari del boss, un gesto che sembra semplice e indolore. Là dove cominciava il sogno di uno, finiscono molte esistenze e si origina l'avido desiderio dell'altro. Sì c'è anche speranza, seppure al costo di tanto sangue, soprusi e vetriolo.

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