L'autoritratto al di fuori del sé - Magazine

Mostre Magazine Artrè Martedì 18 luglio 2006

L'autoritratto al di fuori del sé

In alto "Autoritratto", 1970; sotto "Also cries for you", 1970-2001

Magazine - Genova. La sua Scultura da muro, dalla serie Universal Order (1992) è una testa protesa nell’atto di dare un bacio. Guarda un muro, rivolgendogli il suo gesto, poderosa e concentrata quest’opera dell'artista svizzero Urs Lüthi ci esclude, ci respinge nel ruolo di voyeur. In una testimonianza tangibile delle trasformazioni di una vita su un essere umano vent’anni prima, un giovanissimo Lüthi usava il suo corpo, il suo volto in particolare, per il celebre autoritratto Tell me who stole your smile (1974). Allora ci fronteggiava facendo emergere tutta la staticità del pallore di un viso in un mezzo busto immerso in un nero pece, fotografia su tela, da cui ci guarda con disincanto (forse sfida?).
Urs Lüthi, nato a Lucerna nel 1947, è a Genova in una sintetica ma succosa personale (curata da Viana Conti) che propone anche The numbergirl (1973), Trash and roses (1975-2005), il trittico Un’isola nell’aria (1975) e due Still dal video The revenge Art is the better life (2003), fino al 1 settembre, alla galleria d'arte Artrè.

Allora come oggi, il soggetto è lì, come è lì la testa rivolta al muro, ma l’umano è assente. Ciò che di vivente c’era, si fa beffa di noi e ci sfida mostrando solo quel che resta: il contrasto chiaro scuro, tratti marcati, tracce di un travestimento, di una maschera.

Negli anni ’70, all’epoca della body art, Lüthi, nel pieno della sua giovinezza, usava il suo corpo come supporto e oggetto della sua arte. Vent’anni dopo, torna sulla stessa materia modellandola non più o non tanto come soggetto in cui indagare «tutte quelle vibrazioni che vivono all’interno di ogni esistenza e da tutto ciò che non si può esprimere con le parole» (Urs Lüthi, da Il corpo come linguaggio, Lea Vergine, Giampaolo Prearo Editore, 1974, Milano), ma piuttosto come elemento di un universo più ampio, in cui più che all’estetica, l'artista guarda alla relazione del soggetto con il mondo che lo circonda e confronta.

Tutta l’attenzione, rivolta con punte narcisistiche alla propria immagine negli anni ’70, trova un travolgente contrasto nella nuova forma dell’oggetto ritratto, che appare negli anni 2000. I folti capelli nero corvino ora tirati indietro, ora lasciati sciolti, non trovano alcun appiglio sulla cute tesa e desolata del suo capo calvo. Le pose da performer, schiacciate su fondali che fanno da scenografia più o meno compiaciuta e lo vedono icona neoclassica o maschera senz’anima (per esempio in The numbergirl), si confrontano nell'oggi con una gestualità puramente quotidiana, di un corpo a tutto tondo, provvisto anche di occhiali e sempre (anche sul volto) quindi 3D, che si piega impotente davanti a mille cocci di piatti rotti o ancora è colto desolato di fronte a una miriade di piccoli pezzi di un immenso puzzle, su un viso assorto che non ci guarda più, adagiato sulla mano. Epoche distanti anni luce raccontano di un'arte figurativa che, svuotato il soggetto ritratto, poi ha necessità di riempirlo di nuovo, ma una volta riempito questo soggetto non risponde più ai criteri dell'arte figurativa, entra in un altro campo sfrutta altri canali e trasmette segnali completamente inattesi. La bidimensionalità dell’artista e del suo ritratto gioca con il tempo e il suo personaggio in nome dell’ambivalenza, di una «coscienza del reale» che per Lüthi «ha migliaia di risvolti» e che diventata ricolma, forse dalla somma stessa dei risvolti, non ci guarda più perché spettatrice ignara dello sguardo, tutta compresa nell'osservazione di un mondo fatto di oggetti in frantumi.

Urs Lüthi e L'autoritratto - Trash & Roses - Opere degli anni Settanta e Duemila
a cura di Viana Conti
@ Artrè Galleria d'Arte, direzione Bruna Solinas
in collaborazione con Galleria Dieda-Artbug, Bassano del Grappa, Patrocinio del COnsole Generale di Svizzera a Genova Giancarlo Fenini
fino al 1 settembre 2006

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