Come eravamo - Magazine

Attualità Magazine Venerdì 7 luglio 2006

Come eravamo

Magazine - Genova. Per mettere in piedi un festival scientifico ci vogliono gli scienziati, per uno economico gli economisti, per uno di letteratura scrittori/trici e intellettuali, ma per affrontare la creazione di un festival su e intorno ai teenager a chi si fa appello? Forse una delle prime risorse per gli ideatori e sostenitori di be you young festival è stata un’escursione indietro nel tempo e, superati i rosei flashback infantili, gettarsi a capofitto negli anni caldi dell’adolescenza. Chi erano e quali gusti avevano i teenager che oggi sono alla testa di , (dal 14 al 16 luglio a Genova e Sanremo, ) lo abbiamo chiesto a loro: Vittorio Bo e Paolo Crepet, direttori artistici e a Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria e principale sostenitore istituzionale.

Vittorio Bo. Com’era il Bo adolescente? Che ricordi hai di quelle giornate?
«Ricordi moltissimi, soprattutto i concerti mitici che i miei figli mi invidiano come quello dei Pink Floyd a Brescia con Dark side of the moon. Per il resto sono passato dall’attività sportiva praticamente full-time (nuoto e basket), alla banda di amici full-time, fino allo studio full-time. Ho avuto un’adolescenza a strappi».
Oltre lo sport e la musica che cosa facevate nei pomeriggi?
«C’è stato un periodo in cui ci incontravano per leggere insieme dei libri, soprattutto gli autori americani. Erano veri e propri reading ed eravamo molto aperti a proposte diverse da Allen Ginsberg a Ezra Pound e poi erano gli anni di Benjamin e Marcuse (dice sorridendo un po’ più a bassa voce). Cose caserecce che facevamo anche all’aperto, si girava parecchio per la città. In quel periodo ho conosciuto veramente Genova e l’ho amata come una casa, la sentivo incredibilmente familiare. Da lì c’è stata poi un’accelerazione crescente al liceo dove l’insegnante di italiano ha incominciato a impallinarmi di Pavese, Leopardi, Calvino…».
E il cinema?
«Ero un frequentatore onnivoro, soprattutto dei cineforum ne ricordo uno vicino a Brignole dove c’erano le mattiné – ma allora forcavi? Sì, certo – e poi ce n’era uno bellissimo nel palazzo che ora ospita la questura, lì ricordo il ciclo su Bergman e Polanski. Dai 14 ai 16 invece andavamo in uno a Portello».
E gli adolescenti di oggi?
«Sarebbe pretenzioso dire che li capisco, diciamo che li comprendo a tratti, ma mi interessano moltissimo, il fatto è che c’è bisogno di ascolto e i momenti disponibili sono sempre meno».

Claudio Burlando Il Presidente della Regione è partito proprio da una riflessione sulla sua di adolescenza per afferrare al volo l’occasione di questo festival e donare ai ragazzi/e spazi liberi in cui esprimersi e autogestire il proprio tempo.
«Noi (classe ’54, intendo) siamo cresciuti con i Beatles. Aspettavamo ogni loro disco e intavolavamo discussioni continue su chi sarebbe arrivato a superarli. Tra gli italiani per noi c’era Battisti, Fiori viola, fiori di pesco, stasera esco… e poi per chi aveva già abbracciato l’impegno politico De Andrè».
E lo sport o le attività all’aperto?
«Giocavamo molto a calcio. Personalmente l’ho fatto dai 6 anni ai 46 fino a che mi sono rotto un legamento. Da qui mi sono ispirato per un ragionamento sugli spazi aperti per i giovani ma anche per i bambini. Tra impianti sportivi e altre attività in vari piccoli comuni abbiamo fatto diversi investimenti come Regione Liguria quest'anno, per un totale di 20 iniziative con un buon budget.
Noi giocavamo dappertutto ed è questa la dimensioe che oggi manca e che andrebbe recuperata. Perché, sì c’è anche il gioco nella squadra con il mister e gli allenamenti, ma vuoi mettere giocare come e dove ti pare. È un’altra cosa».
Per il resto? Altre passioni cinema, TV, libri? E miti?
«Devo ammettere che in me è nata la passione politica molto presto, già a 16 anni ero iscritto alla FGCI e come molti altri giovani comunisti la figura di riferimento era Berlinguer, mentre nel mondo dello sport guardavamo con ammirazione a Gigi Meroni un giocatore di calcio che creò una saldatura tra la passione per lo sport e la passione per i fermenti di rivolta nella società».

Paolo Crepet possiamo tracciare insieme un profilo di Crepet adolescente? Ride. Forse non se ne ricorda o è un periodo che non ha lasciato segni? Ma magari qualche mito musicale o qualche flash sugli amici? Parte serio tutto d’un fiato, telegrafico.
«Rolling Stone, un po’ di Bob Dylan, ero molto inquieto, tutto sommato abbastanza simpatico. I miti sono arrivati dopo, noi non ne avevamo. Non avevamo magliette particolari con scritte, marchi o ritratti. E poi io ho sempre dubitato delle bandiere e sono sempre restato abbastanza anarchico. Per il resto sono cresciuto a Padova, una città di provincia come molte altre, luoghi simili, vacanze simili. Molto presto me ne sono andato da casa».
ha cominciato ad occuparsi della generazione adolescenti su invito dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per un progetto sulla prevenzione delle condotte suicidarie. «Allora ero molto giovane e non ero così lontano dal loro modo di essere. Mi studiavo mentre studiavo loro».
Molti insegnanti dopo anni di lavoro con i giovani tra i 15 e i 20 anni spesso ammettono di non sopprotarli più, Crepet gli adolescenti li ama o li odia? «Mi interessano, mi riguardano, mi arricchiscono».
Normalmente di loro si elencano le caratteristiche negative, facciamo qualche esempio positivo del carattere degli adolescenti nostri contemporanei? ».
«Una certa velocità di pensiero, una capacità di comunicare più rapida, e a volte un'interessante capacità critica rispetto all’esistente».
Con il festival proponete spazi autogestiti, un po’ quello che succede con i centri sociali?
«In un certo senso. Occorre precisare però che i centri sociali sono luoghi un po’ stratificati dove l’aggregazione avviene per ideologie e appartenenze culturali che ne escludono altre, mentre il diritto ad uscire e fruire di spazi liberi è universale e non si può esserne esclusi solo perché non si è rasta.

Intanto al lavoro dietro le quinte c’è anche un competente nucleo di consulenti-esperti le cosiddette Antenne: un gruppo eterogeneo di giovani (ragazzi/e tra i 15 e i 20 anni) arrivati in parte anche attaverso il che si sono incontrati tra loro, hanno seguito la costruzione del programma da molto vicino facendo da stimolo e da feedback per giudicare le diverse proposte. A loro piace.

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