Concerti Magazine Venerdì 30 giugno 2006

Cartavetro: «il web è 'Anomolo'»

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Finalmente, dopo una lunga attesa, da qualche mese è disponibile Bruxia, il primo album dei Cartavetro distribuito attraverso i circuiti gratuitamente in rete. È un disco dalle sonorità particolari, difficile da inquadrare in un genere, con alcuni spunti davvero niente male.
Abbiamo fatto qualche domanda a Cesare, voce e chitarra della band, sulle loro scelte, sulla loro musica e sui loro progetti per il futuro

Come nasce Bruxia?
«Nasce più o meno come nascono i bambini: per un orgasmo di pochi secondi ti tocca aspettare una gestazione lunga e dolorosa. Nel nostro caso sia l’orgasmo che la gestazione però sono state amplificate. Questi sono in buona sostanza i nostri primi 8 pezzi. Ce li portiamo dietro da un bel po’ perché nei primi anni della nostra vita abbiamo cercato il nostro suono, e con noi lo hanno cercato i pezzi. Poi Anomolo rec. ha deciso di fotografare quel momento, ma la produzione è stata lunghissima per una serie di vicissitudini su cui un giorno scriverò un libro».

L'ho trovato un album molto contaminato. Quali sono state le vostre fonti d’ispirazione?
«La contaminazione è senza dubbio la spina dorsale del nostro approccio. Penso che oramai lo sia quasi per tutti, ma per noi lo è stato fin da subito. Quando abbiamo iniziato volevamo i suoni dei Pixies, la freschezza di certo Brit-pop più acido e delle trame elettroniche. Per molto tempo ho continuato a vedere il nostro progetto come dei Jesus and Mary Chain meno estremi. Ma mi rendo conto adesso a 23 anni che non è per nulla vero.
È difficile dirti chi ci ha ispirato perché la verità è che rimaniamo da sempre fulminati da cose che c’entrano anche pochissimo con quello che facciamo, ma in cui vediamo qualcosa di familiare al nostro approccio. Io per esempio adoravo i Refused.
Ci sentiamo parte di qualcosa che trasversalmente ha attraversato molti generi, che viene da lontano: quella ricerca rivolta alle capacità espressive del suono visibile nella prima psichedelica, in certo kraut, nel noise-rock, in certa elettronica (Bristol), nello shoegaze e anche modernamente nel post-rock. A questo si unisce il nostro gusto per una sorta di citazionismo ironico per cui ci piace giocare con i chiaroscuri più netti del rockettone più genuino».

Il cd è pubblicato attraverso il circuito Anomolo gratuitamente scaricabile da internet: come nasce questa scelta? Consiglieresti ad altri gruppi di seguirla?
«Dipende molto da cosa vuole fare un gruppo: se spera di fare un sacco di soldi in breve tempo è la scelta più sbagliata. Funziona bene se vuoi fare arrivare a tanta gente la tua musica e se credi nella libera circolazione delle idee, sia come ideale sia come progetto economico. Anomolo offre in tutta Italia e nel mondo il tuo disco non facendoti spendere una lira in produzione, nemmeno sulla registrazione che ormai è quasi sempre a carico del gruppo. Inoltre nessuna indie-label guadagna con i dischi se non con qualche compilation venduta ai gruppi e che poi i gruppi non vendono. Quindi non avere introiti dai dischi non è certo un punto a sfavore di Anomolo. Io sono convinto che sia un modello vincente, lo sono dal giorno in cui sotto consiglio di un amico finii sul vecchio sito rimanendo folgorato dalla quantità di innovazione del progetto. È così che ci siamo conosciuti. Ho cominciato a molestare nel forum e ad addentrarmi nella struttura che davvero è open. Poi abbiamo mandato il demo che è stato ascoltato e riascoltato (con l’aiuto del caso che ha fatto incastrare proprio il demo nello stereo di Marco Fagotti, capo dell’etichetta e ora nostro produttore), senza nemmeno sapere che fosse il mio».
Il modello Copyfree è vincente soprattutto perché il modello dell’industria discografica classica ha perso ed è destinato a sprofondare.
Le cifre fanno riflettere: la prima stampa di un primo disco su una indie spesso è su 500 copie o 800, che peraltro in gran parte tendono a rimanere invendute. Ci sono dischi su Anomolo che sono stati scaricati da diverse migliaia di persone, e il nostro che è online da marzo se non erro, è stato scaricato per intero oltre 500 volte più qualche migliaio di mp3 sciolti. Questo vuole dire che a parità di costo Anomolo arriva a più persone. Poi, per carità, non è un’etichetta perfetta e probabilmente certe cose come il booking potrebbero funzionare meglio, ma il modello è senz’altro efficiente e d’altra parte ho grande fiducia anche nello specifico della struttura».

Mi piace molto l’uso che fate degli effetti nella vostra musica: come nascono le scelte sonore?
«Nascono da una profonda ossessione mia e degli altri. Siamo tutti appassionati di stompboxes e ne abbiamo un sacco. Originariamente li usavamo per introdurre sonorità non rock pur avendo una strumentazione tipicamente rock. Erano tutti effettoni molto spinti e volti a snaturare il suono delle chitarre e dei bassi. Ora questa vena si è placata per lasciare spazio alla ricerca della profondità spaziale ed emotiva, i suoni sono sempre più importanti e sempre meno invadenti. Per noi è importante quanto e forse più di uno strumento bene accordato e della nota giusta nel posto giusto.
Tentiamo di essere psico-sonici per noi è importante una precisa corrispondenza tra le sensazioni percepite e il prodotto finale, molto più dei generi o dei canoni, tanto è vero che dal vivo lasciamo largo spazio all’improvvisazione nelle intro e nelle outro. E proprio per questo l’architettura del suono è importante ancora più delle linee armoniche per noi: le note non sono altro che una descrizione dinamica di quello che vogliamo esprimere, una successione temporale. Quando le note lasciano spazio ai suoni ci si avvicina a una descrizione più statica che aiuta a dilatare e comprendere quello che cerchiamo di esprimere in quel preciso istante.
Poi io adoro Kandinsky e anche i suoi saggi e a causa di tutto questo per me la descrizione del non-movimento in musica è una vera ossessione. In generale la descrittività ma soprattutto la descrivibilità della stasi. Così con le note e le sequenze descriviamo un percorso emotivo e con i suoni i singoli stati d’animo».

Quali saranno invece le prossime occasioni per vedere i Cartavetro dal vivo?
«Saremo ospiti fuori concorso all’anteprima di in cui ci sarà la finale delle band dello School Select, sabato 1 luglio.
Per me è una bella cosa perché seguo Psyco da ancora prima del primo Goa Boa e apprezzo il loro approccio.
Poi dovremmo avere qualche data in Toscana, dalle parti di Cecina, un ritorno a Torino a fine estate e probabilmente anche un ritorno a Milano.
Per il resto niente di sicuro. Da metà luglio, invece, avremo probabilmente un elemento in più nella band».

Altri progetti per il futuro?
«Vorremmo fare uscire un disco di remixes e fare qualche concerto suonando cover dei remixes dei nostri pezzi. E nel frattempo sistemare il materiale nuovo che stiamo componendo proprio ora e correggere il tiro di un paio di vecchi inediti che speriamo di recuperare. Uno dei pezzi nuovi è probabile che sarà presentato già nel live del 1 luglio.
Io poi sto registrando un mio personale progetto di elettronica e chitarra basato su ritmiche ossessive e alto livello di distorsione delle basi, e su una calma insospettabile nelle parti di chitarra, progetto in cui credo molto».

Come giudichi l’attuale panorama emergente (e non) genovese?
«Ogni visione d’insieme è una visione parziale quindi non posso che parlare di quel poco che conosco: senz’altro ci sono ottimi gruppi che non ho mai sentito e altri pessimi che magari cambierebbero il mio modo di percepire la scena, che poi non esiste o è piccolissima. La grande maggioranza dei gruppi, infatti, la vede solo come uno strumento di affermazione personale; se invece dobbiamo considerarla come una serie di persone che si danno da fare la possiamo limitare a una decina di individui, tra cui però mi metto anche io. Al momento vedo tanti buoni gruppi e soprattutto tanti bei gruppi che hanno voglia di sperimentare strade nuove, e la cosa mi piace sempre. D’altro canto vedo pochi spazi e scadenti per esprimersi, una scarsa valorizzazione della musica come prodotto culturale, la persistenza di formati vecchi che non hanno più senso nella situazione attuale e quindi la mancanza di nuovi formati che permettano alla musica di essere interessante per qualche persona di più delle solite 50 persone che di media vanno ai concerti.
Insomma quelli che si sbattono meriterebbero anche moltissimo, ma il contesto complessivo non mi fa impazzire. Penso che si dovrebbe andare verso una concezione unitaria di arte e cultura che lasci un po’ da parte la visione dei concerti che hanno i gestori dei locali e gli enti pubblici.
È l’unico modo per riprenderci una dignità che abbiamo perso nel momento in cui l’underground da fatto di cultura è diventato fatto di cultura giovanile, il ghetto dorato delle masse festanti e totalmente disinteressate, dell’ingresso con consumazione obbligatoria, della figa straniera il cui pelo (come suggerisce il detto genovese) tirerà sempre di più di un concerto degli Xiu Xiu.

Daniele Guasco

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