Ho 17 anni: questo è il mio mondo - Magazine

Attualità Magazine Martedì 27 giugno 2006

Ho 17 anni: questo è il mio mondo

Magazine - Niente infastidisce tanto la gente quanto uno che arriva sempre in ritardo. Sì, è una cosa davvero antipatica, ma quando sei ritardatario perenne non ci puoi fare nulla, anzi non te ne accorgi nemmeno.
Di solito questa sfortuna non è innata, spesso si eredita da un parente molto stretto (un genitore, uno zio, un nonno), non si può far niente per curarla. Credo che sia un danno scritto nel DNA che si traferisce da uno all’altro.

Chi è ritardatario per certi versi è anche sfigato, nel senso che se anche si impegna ad arrivare puntuale è sempre ostacolato da qualche impedimento. Prendiamo il mio caso: il preside della scuola che frequento non permette ai ragazzi di entrare neanche un minimo in ritardo e si infuria se non si rispetta questa norma vitale. Io in un mese entro almeno cinque volte dopo la campanella, che è già tanto. Non solo, riesco a farmi notare più degli altri perché i miei ritardi sono regolarmente uno di seguito all'altro.

Il ritardo è patologico: chi ne soffre arriva dopo gli altri in ogni posto e occasione. Io sono riuscito ad arrivare tardi dovunque: dalla mia comunione all’esame della patente, dalle partite di calcio ai mezzi di trasporto (treni, aerei, navi, corriere). In terza media ho rischiato di rimanere a Venezia insieme a due miei compagni avendo toppato di un’ora l’orario di appuntamento con la classe.

Il ritardatario doc però riesce sempre a raggiungere la sua meta o il suo scopo. È raro che non riesca a prendere un treno o un autobus: spesso è talmente in ritardo che è puntuale per quello dopo.

Chi è ritardatario lo è sempre stato e lo sarà sempre. Da quando sono piccolo tutti i maestri e i professori che mi hanno avuto come alunno mi hanno sempre rimproverato e preso in giro con frasi del tipo: Ameri ti regaleremo una sveglia per il tuo compleanno.
Stronzi!

Certo, se c'è chi arriva in ritardo c'è qualcun'altro che aspetta. Ma il colpevole se ne frega alla grande del fatto che quest'ultimo si innervosca; se si scusa non lo fa mai perché è dispiaciuto sul serio, o almeno è rarissimo che sia così. Diciamo che il gesto di scusarsi serve a non farsi stressare troppo dalla vittima. Chi è in ritardo non trova questo fatto un motivo per cui scusarsi o pentirsi.

Alla parola ritardatario, nel mio caso, affiancherei anche la parola pigro. Spesso non arrivo in ritardo per motivi tanto alti da non poterne fare a meno, ma solamente perché non ho voglia di alzarmi dal divano o peggio perché me ne dimentico.

Sia chiaro, però, che la vita del ritardatario non è semplice: è difficile stare zitti a tutti gli insulti che si ricevono ed è difficile essere sempre di corsa.
Il non rispondere agli insulti, poi, non vuol dire che ci si rende conto del danno provocato: è semplicemente per salvare la faccia.

È raro, invece, che il ritardatario debba aspettare qualcuno. Il punto è che se accade, non essendoci abituato, lì per lì gli sale una rabbia tremenda che però per indole tende a sbollire immediatamente.

Una delle poche volte che mi sono trovato ad aspettare, ed anche parecchio, è stato esclusivamente per colpa mia. È successo in quarta o quinta ginnasio, credo, (ora non ricordo esattamente, tendo ad eliminare le brutte esperienze), era appena scattata l’ora legale ed io, come al solito fuori dal mondo, non lo sapevo.
Così mi sono alzato alle sei e un quarto del mattino, cioè con un’ora d’anticipo rispetto al normale. Ma la cosa terribile è che credendo di essere in ritardo ed essendomi passato davanti l'autobus 42, ho fatto la strada tutta di corsa. Arrivato davanti a scuola stravolto, l'ho trovata tutta chiusa. Ancora mezzo addormentato, mi sono detto: dove cazzo sono tutti? Dopo un po’ una bidella mi ha spiegato la situazione. Mi sarei messo a piangere cazzo!

Edoardo Ameri

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