Magazine Mercoledì 21 giugno 2006

Linton Kwesi Johnson: poeta reggae

Nella foto sopra: Linton Kwesi Johnson sul palco di Palazzo Ducale
Sotto: Joachim Sartorius legge una delle sue poesie

Magazine - Genova. Martedì 20 giugno, è il giorno di Linton Kwesi Johnson al . Sui giornali cittadini ha rilasciato interviste senza peli sulla lingua in cui dice che Genova non gli piace poi tanto, mica è Firenze, ma è sempre bello venire in Italia per fare un po’ di shopping. Il rappresentante della dub poetry si presenta sul palco di Palazzo Ducale e rilancia con uguale schiettezza: «Un collega nei giorni scorsi mi ha chiesto da dove vengo. Giamaica, ho detto. Oh, molto esotico, ha ribattuto. Mi è venuto da pensare in quale strano modo ognuno vede le culture altrui. Un giornalista mi ha chiesto: ma un paese piccolo come l’Italia può ospitare così tanti immigrati? Ebbene, sono molto orgoglioso di essere qui stasera, spero che nessuno mi veda come un intruso dall’aspetto esotico». E sono subito applausi.

Inizia così una serie di letture da Mi Revalueshanary Fren (Penguin, 2002), versi non ancora tradotti in italiano. E anche stasera il reading avviene solo in inglese, con brevi introduzioni in cui spiega da dove nascono le sue poesie.
Poco prima dell'inizio incontro un amico: mi dice che ha pranzato con il cantante, e che forse in autunno pubblicherà il primo libro sulla sua vita e le sue opere nella nostra lingua. Vi terrò aggiornati.

Nato a Chapelton, in Giamaica, Linton è cresciuto con la madre a Londra nel famoso quartiere di Brixton. Negli anni Settanta studia Sociologia ed entra nelle Pantere Nere, con le quali organizza workshop poetici. «La generazione dei miei genitori è stata definita eroica per quello che ha ottenuto in Europa - dice il poeta - aveva molte responsabilità: per esempio, non potevano lasciare il lavoro anche se sottoposti a discriminazioni. La mia generazione, invece, non aveva responsabilità, si è ribellata al trattamento che riceveva. E l'Inghilterra è cresciuta anche grazie alle nostre proteste».

Impressionante la potenza della cantilena reggae in poesia. Linton legge a tempo di musica, scandisce la violenza dei suoi versi di protesta nel tipico slang dell'isola caraibica. «In Inghilterra la polizia ha contribuito a renderci la vita difficile - dice Linton - con una legge di origine ottocentesca, la Sus Law (Suspicious Law), che permetteva di metterci in galera senza nessuna prova tangibile, solo con il sospetto di un reato». Ed ecco la lettura di una delle più toccanti poesie della sera: una lettera in cui un ragazzo spiega alla madre come sia finito in carcere con il fratello. Poi altri versi, sulla rivolta del 1981, l'anno più duro per la comunità nera londinese.

C'è ancora spazio per una dedica al padre, malato di diabete e morto in estrema povertà a Kingston, e per una poesia sull'uso mediatico dei termini: «Sul finire degli anni Ottanta ci fu una violenta ondata di barbarie nel mondo. I mezzi di comunicazione utilizzarono il termine pulizia etnica, che secondo me è un'assurdità perché presuppone il concetto di inquinamento etnico. Uno stravolgimento vero e proprio del linguaggio».

La tensione di Johnson segue altri due poeti: la serata si è aperta infatti con l'omaggio alla poesia fiamminga di Hanna Kirsten, e la lettura di Joachim Sartorius, che affronta il tema della memoria e conclude con una poesia su Petrarca. Mercoledì 21 e giovedì 22 le giornate conclusive del Festival, che anche nel 2006 ha avuto un bel seguito.

di Daniele Miggino

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