Concerti Magazine Lunedì 19 giugno 2006

Tenco, un fragile rivoluzionario

Se dovessi trovare una parola per descrivere il libro di Ada Montellanico Quasi una sera. Una storia di Tenco (Stampa Alternativa/Nuovi equilibri), che verrà presentato mercoledì 21 giugno alle ore 21.00 (S.Luigi) presso la libreria Portoanticolibri, userei la parola passione. Passione nella condivisione di ideali leggeri e profondi che era degli anni Sessanta; passione per la musica americana che arrivava per la prima volta attraverso i juke-box; passione nel trovarsi - come raccontano le testimonianze del libro offerte da Gianfranco Riverberi, musicista e compositore - in una Genova tra il negozio di via Rimassa e corso Torino, davanti al cinema Aurora, dove insieme a Bruno Lauzi e Luigi Tenco, Riverberi passava ore a guardare i musicals o ad ascoltare le storie del poeta marinaio Mannerini.

Ma anche passione dell’autrice del libro, Ada Montellanico appunto, cantante raffinata nella scena del jazz italiano, che ci restituisce un Tenco sempre più complesso, lo accosta come deve essere, agli chansonnier francesi, Boris Vian e Jacques Brel, ne trova le affinità con alcune poesie di Cesare Pavese. Ce lo racconta come era. Profondo, colto, innovativo nei testi e nelle melodie, e forse come Adriano Fazzoletti dice nella prefazione citando Tenco stesso che si rifaceva a Eliot: "In un mondo di gente che scappa, quello che va nella direzione opposta sembra che fugga".

Ada, inizio subito con un argomento per cui purtroppo molta gente si ricorda di Luigi Tenco, la sua fine, dove e come il luogo mediatico per eccellenza, Sanremo. Ma tu nel libro sostieni che in coppia con Dalida, con i rapporti con RCA, Tenco si era come già suicidato perdendosi "nell’inseguimento di un esistenza legata al riconoscimento pubblico". Quanto ha contato nella vita di Luigi Tenco questa fatica di affermare la propria identità? Quanto è conflittuale in un artista rimanere fedele a se stesso?
«È un discorso molto complesso. Ho voluto dare una mia interpretazione di quello che di lui mi arrivava attraverso la sua musica e la sua poesia unito ad approfondimenti biografici raccolti qua e là.
Penso che il problema più grande sia sviluppare e affermare l’identità umana. Se non c’è quella e non diventa solida qualsiasi artista o persona comune si perde nella mediocrità della vita normale. La certezza di sé che non significa indifferenza e anaffettività, ma continua ricerca nei rapporti interumani è un complesso lavoro che presuppone un chiedersi continuamente sulla propria vita, sulle proprie scelte.
Significa trovare una coerenza, difficile da mantenere in ambienti che propongono modelli falsi e fatui da seguire. Tenco era una artista e un uomo sensibile, viveva appieno il suo mondo, il rapporto con le donne, con gli amici, quello che lo circondava sicuramente non lo portava a confermare le sue aspettative, ma questo accade spesso. Preservare una vitalità, una sensibilità e non cadere nel conflitto presuppone una conoscenza più profonda sulle dinamiche umane, una capacità di resistere e di rifiutare quello che non è.
E questo vuol dire solitudine. Per un artista non è facile andare avanti e tenere fede ai propri ideali se non c’è un riconoscimento pubblico. Ma se si cede alla ricerca del successo si perde se stessi e penso che a tenco sia successo questo. Fallire la ricerca sulla donna e sull’arte sicuramente lo ha portato alla distruzione».

Un Tenco politico e sociale emerge dall’analisi che fai nel libro di un autore i cui testi sono ricordati forse soprattutto per le canzoni d’amore e quindi più individuali. Ci sono canzoni di Tenco che sono state censurate perché troppo all’avanguardia per il messaggio che portavano, vero?
«Ce ne sono tante. Quelle sociali che si opponevano al perbenismo, all'ipocrisia, al clericalismo e quelle dove la ribellione è piu profonda, cioè le canzoni d’amore.
La tensione verso rapporti piu veri, la ricerca dell’innamoramento e di un rapporto con la donna che in quegli anni era ovviamente codificato in stereotipi istituzionali come la famiglia».

In Argentina Tenco ebbe un successo che non ebbe qui in Italia, veniamo a scoprire dal tuo libro che all’aeroporto in Argentina la folla per aspettarlo ruppe le transenne. Perché non accadde la stessa cosa in Italia?
«Non so quale fosse la realtà sociale di quegli anni in Argentina. In Italia c’era ancora un grande oscurantismo, per quanto la rivoluzione sociale cominciava a fare i suoi primi passi. Tenco veniva considerato troppo impegnativo, proponeva un’immagine sicuramente non allegra e leggera, anche se gli amici ci raccontano di una sua solarità.
Diverso era il messaggio piu spensierato di Celentano di Vianello, della Pavone. La gente voleva divertirsi, non pensare, voleva uscire dai drammatici ricordi della guerra. forse tenco proponeva un’immagine di artista più sensibile, più fragile per certi versi. Le sue parole e la sua musica facevano pensare».

Tenco e le sue risoluzioni musicali, inusuali le definisci, quando per molti è stato considerato un compositore naif. In cosa erano inusuali?
«La conferma me la ha data Reverberi nell’intervista che tra l’altro ho fatto dopo la scrittura del libro. Tenco era innovativo perché nella sua musica c’era molta influenza jazzistica. Scriveva le sue melodie al sassofono e questo lo portava a trovare soluzioni più originali. La sua tensione artistica era molto forte e per questo non si accontentava mai, cercava sempre la bellezza nelle melodie e nelle armonie delle sue composizioni».

All’interno del cd che è allegato al libro registrato nell’ambito della rassegna Jazz in Blu a Casalgrande nel 2005 sotto la direzione artistica di Giorgio Vignali, interpreti una canzone di Tenco, di un’intensità e delicatezza incredibili a livello di musica e testi Quasi sera. Che significato ha per te questa canzone? È l’idea di libertà che traspare nelle parole in un amore che può essere solo una sera? Era forse pericoloso Luigi Tenco nell’essere così innovativo in un’Italia di Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte?
«Assolutamente sì! Quasi sera è il tentativo, riuscito direi, di vivere un amore puro, fatto solo di quello che si sente della realtà profonda dell’altro nell’incontro che può essere anche solo di una sera. Per questo è innovativa, perché c’è un’idea di libertà. È un rapporto basato solo sull’immagine e sensibilità personali. Non c’è il nome, non c’è il passato né il futuro. È l’hic et nunc. l’essenza dell’incontro di un uomo e di una donna, la ricerca di una bellezza, niente altro.
Per questo è rivoluzionaria. L’alternativa era ed è anche oggi, la famiglia o il rapporto mordi e fuggi di una sera, che ovviamente è tutt’altra cosa».

Sarebbe bello se altri artisti sull’esempio di Ada Montellanico, dedicassero attraverso una testimonianza come questa il loro omaggio ad autori che si rendono conto di avere dentro nella loro arte, nella loro passione. Perché in fondo l’artista è sempre in solitudine, dannato per l’incapacità di essere normale, un equilibrista su un filo che lo lega alla Vita. Arte e Vita. Thomas Mann obbligava a scegliere. La creazione è il risultato della fatica di tenerle unite. Vi invitiamo ad ascoltare Ada Mercoledì 21 alla Libreria Porto Antico.

Marina Giardina

Potrebbe interessarti anche: , Vincenzo Spera: «Serve un programma europeo della musica dal vivo» , Don Ciotti, Bollani e Renzo Piano, esempi per il futuro del Belpaese , Sanremo 2018: Leonardo Monteiro con Bianca. Testo e pagella , Festival di Sanremo 2018, i 20 Big in gara e le Nuove proposte , Umberto Tozzi, 40 anni che Ti Amo Live e il tour

Oggi al cinema

Il complicato mondo di Nathalie Di David Foenkinos, Stéphane Foenkinos Drammatico 2017 Nathalie Pêcheux è una professoressa di lettere divorziata, cinquantenne in ottima forma e madre premurosa finché non scivola verso una gelosia malata. Se la sua prima vittima è la figlia di diciotto anni, Mathilde, incantevole... Guarda la scheda del film