Giù la maschera, l'opera è teatro - Magazine

Teatro Magazine Teatro Carlo Felice Venerdì 9 giugno 2006

Giù la maschera, l'opera è teatro

In alto una scena del "Ballo in Maschera" nella regia di Mario Martone, sotto una scena dell'atto primo

Magazine - Genova. Questo ballo in maschera è su misura: per Covent Carden e il Carlo Felice, case d’opera con palcoscenici e ponti mobili molto simili in centimetri. È questa la strutturale verità che regala alla città di Genova - grazie anche al gesto repentino e lungimirante del nuovo direttore artistico del Carlo Felice, - un gran finale con la prima italiana di Un ballo in maschera, per la regia di Mario Martone, (da mercoledì 14 al 25 giugno). Nell’allestimento dello scorso anno per la Royal Opera House di Londra e il Teatro Real Madrid ritorna a Genova, dopo 15 anni di assenza, il melodramma in tre atti su libretto di Antonio Somma (tratto da Gustave III° di Eugène Scribe), e su progetto musicale di Giuseppe Verdi «di una ricchezza melodica senza precedenti» (come scrive Danilo Prefumo in un saggio sul programma di sala), che richiede grandi energie artistiche.

In una presentazione alla stampa finalmente vivace e disinvolta, ben coordinata da Triola - un direttore artistico gioviale e poco incline a pomposità e lungaggini - la parola passa da un’artista d’eccellenza all’altro dimostrando in nuce le doti di un allestimento indubbiamente interessante. Molti debutti per questa occasione: quello di Martone, per la prima volta a Genova con un’opera; quello del suo strettissimo collaboratore lo scenografo Sergio Tramonti, «coautore con me», precisa Martone; la soprano in vertiginosa ascesa Indra Thomas, alla sua quarta esperienza verdiana (e ben due pagine di biografia sul programma); quello del tenore Marco Berti, tra i più importanti sulla scena internazionale e ancora il mezzosoprano Jill Grove. Oltre ai debutti ci sono ovviamente anche alcuni ritorni come nel caso del baritono spezzino Marco Vratogna, già ascoltato nel Nabucco; quello del direttore Nicola Luisotti fortemente impegnato all’estero (tra i prossimi lavori: il Trovatore e Madama Butterfly a Covent Garden, Simon Boccanegra a Vienna e Tosca al Metropolitan di New York). E c’è anche un addio: quello del soprano Chiara Taigi, che chiude con la sua interpretazione di Amelia, su due sole date (il 15 e il 17 giugno), gli otto anni di intesa con il Carlo Felice. «Questo è il mio arrivederci – afferma Taigi - a una città che mi ha adottata 8 anni fa. E anche a Triola che mi fece debuttare alla Scala nel 2000».

Se il direttore d'orchestra, Nicola Luisotti ha il suo daffare con una tra le opere più corali e impegnative dal punto di vista scenico e musicale, ma è anche già pronto a definire il lavoro «un bellissimo spettacolo», in cui sta tenendo a freno la usa istintiva passionalità, per lavorare soprattutto sul confronto con le diverse intelligenze in gioco, dal punto di vista drammaturgico, Martone, forte della sua squadra sta compiendo l’ennesimo passo verso la riforma del teatro d’opera in Italia. «Sono regista teatrale da sempre e mi sono avvicinato all’opera solo 7 anni fa, nel 1998 (per Così fan tutte al San Carlo di Napoli). Un avvicinamento che giudico naturale essendo l’opera profondamente teatrale, ma certo consapevole di una profonda divaricazione tra opera a teatro: che si osserva nei conservatori, dove non si insegna né regia né recitazione, ma anche nelle scuole per attori dove non si sa nulla di canto e si ignora il nostro grande teatro nazionale, il melodramma. Bisognerebbe ripartire da lì e fare gesti per ricompattare le esperienze, far confluire le conoscenze. Una vera riforma ci vuole». una pratica che gli ha valso il riconoscimento del pubblico, maa anche della critica. Proprio il giornalista Piero Gelli, in una sua recensione de Le nozze di Figaro, nel marzo 2006, dà atto della svolta stravolgendo la struttura stessa dell'impostazione classica del parlar d'opera: «Se comincio dalla regia, che per tradizione nella lirica viene citata sempre per ultimo e come variante spesso negativa, è perché stavolta è dall'impostazione registica che deriva e consegue quella musicale».

Martone, com’è nel suo stile con l’apporto dei suoi collaboratori (tra cui spicca l’aiuto-regista, ormai professionista autonomo Andrea De Rosa, autore di una sublime vista alla Tosse a marzo), annulla tutto ciò che è decoro e punta a una forte asciutezza non naturalistica, che però in questo caso trova una cifra nuova. «Non c’è un modo uguale per tutte le opere – spiega il regista - in particolare per il teatro di Verdi c’è bisogno di una forte dimensione visiva, per far rivivere sulla scena lo stesso autore e il suo tempo». Perciò il regista sposta la data dell’ambientazione e trasporta tutta la vicenda proprio nel 1859, all’epoca della sua composizione e prima rappresentazione. Travagliattissimo fu il debutto, segnato da censure prima a Napoli poi a Roma, per via dell’omicidio di un re, in un complotto allora decisamente scomodo. Resta invece l’America, anche questa un'ambientazione di scelta verdiana in alternativa alla Svezia, che Martone tiene seguendo un’interpretazione che mira a recuperare gli aspetti cospirativi e politici del lavoro («e l'America dell'800 - come spiega il regista - è un paese sull'orlo della guerra di secessione e nel pieno di uno spietato conflitto raziale), amalgamandoli a quelli più passionali e romantici».

Non resta che accorrere e vedere la riforma in scena.

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