Quando Mekas incontrò Warhol - Magazine

Cinema Magazine Venerdì 9 giugno 2006

Quando Mekas incontrò Warhol

Magazine - Genova. Una stanza bianca, asettica. Tre piccoli televisori che proiettano immagini sperimentali firmate da uno dei più grandi artisti del nostro tempo. Sono i silent movies di Andy Warhol, e lo spazio è quello di Palazzo Ducale, in una Genova notturna che, giovedì 8 giugno, ha fatto conoscenza con l’underground newyorkese e il New American Cinema.
La manifestazione Mekas incontra Warhol, organizzata dall’associazione Condotto Zero, è stata una delle attività collaterali alla mostra . I tre cortometraggi di Warhol, Kiss, Blow Job - entrambi girati nel 1963 – ed Empire (1964) hanno aperto la serata.

«Grazie al cinema, Warhol è passato dall’immagine statica della fotografia alla sperimentazione del movimento, dando classicità all’oggetto di consumo». Questo ha osservato Achille Bonito Oliva in un’intervista che è stata mostrata al pubblico poco prima dell’ingresso nella Sala del Minor Consiglio. Qui ha avuto luogo il dibattito che ha visto protagonisti Ester De Miro D’Ajeta, docente di Storia del cinema e di Cinema, musica e spettacolo presso la Facoltà di Scienze della Formazione, e il critico e regista - nonché responsabile della - Mario Zonta.
Si è parlato del mondo della Factory, una sorta di officina di lavoro collettivo che riuniva coloro che sentivano forte l’urgenza di esprimersi attraverso l’arte. Zonta era tra questi: «ho vissuto a New York negli anni ’60. Jonas Mekas è stato per me e per altri registi indipendenti un vero punto di riferimento. Nella sua piccola sala mi ha permesso di proiettare i miei piccoli lavori», ha raccontato Zonta, che in quella cerchia di intellettuali ha conosciuto anche Warhol: «il suo cinema e quello di Mekas si opponevano apertamente all’industria cinematografica hollywoodiana».

D’Ajeta ha parlato del movimento New American Cinema, che nacque a New York, «la città dove si pensa, si produce, si scrive. Il luogo dove la vita intellettuale americana si è sviluppata a partire dall’800. Hollywood, invece, era il luogo del denaro facile, lo scrigno dei desideri: molte erano le finzioni e le bugie che si nascondevano dietro le grandi produzioni».
Il cinema di Mekas, invece, era caratterizzato da una grande purezza di intenzioni creative. Ma il mito hollywoodiano non scomparve: «anche Warhol volle far diventare delle star i protagonisti delle sue pellicole». Mekas, invece, non cercava uno stile e nemmeno si considerava un cineasta: «semmai un testimone di ciò che accadeva intorno a lui».
Il film Scenes from the life of Andy Warhol, che è stato proiettato a conclusione del dibattito, ne è la dimostrazione: montata nel 1990, la pellicola osserva dall’interno la società artistica newyorkese: alcune giornate nella vita di Warhol, nella factory ma anche nella sua casa al mare, dove spesso l’artista ospitava i propri amici. Tra loro si riconoscono i ragazzi Kennedy, allora bambini, insieme alla mamma Jackie. Un classico "filmino di famiglia" che per l’autore rappresentava un diario di vita, personale e malinconico.

Nei film di Mekas, infatti, non mancano mai il tema del ricordo e della nostalgia. Il filmmaker portava sempre con se la telecamera, per riprendere ogni momento felice. «È la demitizzazione dell’arte», ha concluso D’Ajeta: «l’arte alta che si trasforma nell’arte alla portata di tutti».

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