Ai tempi di Hitler e vicino a Reagan - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Mercoledì 31 maggio 2006

Ai tempi di Hitler e vicino a Reagan

In alto la copertina del libro 'A bright room called day', di Tony Kushner, in basso tutti gli interpreti della mise en espace 'Un posto chiamato giorno'

Magazine - Genova. Testo difficile per i ragazzi che escono quest’anno dalla Scuola del Teatro Stabile di Genova: A bright room called day (1985), dell’americano Tony Kushner, fino al 3 giugno alla Piccola Corte (ingresso libero).
Meglio noto per il suo Angels in America, (con cui si è aggiudicato il Premio Pulitzer Prize e 2 Tony Awards nella versione su sette ore per il teatro e più di recente come sceneggiatore di Munich, di Steven Spielberg), Tony Kushner è un drammaturgo che affronta senza velature la politica a teatro, dissertandone come stesse stendendo un saggio critico. Il suo linguaggio è forbito, le frasi sono lunghe, l’articolazione delle battute poi non fa sconti all’interprete, mettendolo/a a dura prova anche con ragionamenti molto complessi. E così accade anche in quello che è considerato uno dei suoi testi d’esordio: A bright room called day, dove la scelta registica di Massimo Mesciulam rende ancora più ardua la prova interpretativa, chiedendo tensione e rapidità. Nasce così una messa in scena interessante, ma troppo compressa che costringe i giovani attori ad accelerazioni innaturali.

Siamo a Berlino a ridosso degli ultimi mesi della Repubblica di Weimer, alle porte del nazismo e Kushner propone di guardare ai fatti quasi al microsopio, come in una cronaca storica che dal 1932 recuperi i passaggi politici salienti seguendoli nelle vite individuali di un gruppo di giovani amici.
Dalle quattro mura della casa della giovane scrittrice Agnes Eggling (Fiammetta Bellone), un’attrice Paulinka Erdnuss (Maria Grazia Pompei), il medico, omosessuale, Gregor Bazwald (Michele Maganza), il cineoperatore ungherese Vaeltnic Husz (Paolo Li Volsi) e una pittrice molto impegnata politicamente Annabella Gotchling (Alice Arcuri) assistono al tramonto del comunismo e all’ascesa di Hitler proprio quando i loro giovani ingegni si stavano adoperando alla causa operaia, sebbene a partire dalle comodità di una vita borghese.
I primi entusiasmi, insicuri, si traducono in azioni pratiche e la tessera del partito è il ricorrente emblema di un atto di coraggio da compiere per esistere. Troppo presto arriva la delusione, la frustrazione che giunge proprio da due compagni del partito Rosa Malek (Silvia Quarantini) e Emil Traum (Andrea Bonella) a casa di Agnes per suggerirle alcune modifiche - che suonano come precoci autocensure di una posizione partitica - al suo lavoro AgitProp. I due battibecano e si contraddicono, svelando in nuce la disfatta imminente di tutto il fronte comunista.

In parallelo alla storia tedesca, Kushner vuole riflettere sulla possibilità di un confronto dopo l’Olocausto, su come dopo la Shoah il male non sia quantificabile e quindi chi è al potere e assiste inerte alla morte di milioni di persone (Kushner allude alla piaga dell’AIDS in America sotto il governo Reagan) sia in fondo giustificabile.
Per Kushner il possibile equivalente contemporaneo a Hitler è Reagan ed è di Zilla Katz (nella mise sdoppiata nelle due interpreti Francesca Masella e Zohra Mouij Lebbar), americana ebrea anni ’80, in tuta da operaia arancione, il compito di fare il punto della situazione, di controllare la cronologia della storia e di creare il ponte tra un’epoca e il suo declino verso una dittatura, sadica e violenta, e le politiche moderne additate come democratiche ma spiccatamente orientate a favorire più le questioni economiche che quelle sociali o umanitarie «con accordi segreti presi da uomini potenti».

Su un palcoscenico bianco lucido (reso quasi opalescente da un sapiente gioco di luci), un tappeto nero restringe il campo d’azione, ulteriormente confinato da un grande tavolo altrettanto nero, attorno a cui i personaggi ruotano. Gli attori, sempre in scena, si avvicendano con i loro personaggi come animelle in un purgatorio, che ricorda un po’ la sala operatoria o il lettino della psicanalisi su cui forse la storia stessa è chiamata a confrontarsi. Da sotto il tavolo, convocato appositamente si aggiunge persino il diavolo (Maurizio Lastrico) per contribuire a una riflessione ironico-metafisica intorno al male e al signore degli inferi, che con la sua sola presenza (forse per la puzza di zolfo o magari di marcio) provoca eccessi di soffocamento agli astanti, al limite del soffocamento (molto efficace).

Teatro della Piccola Corte - fino al 3 giugno
Un posto luminoso, di Tony Kushner
versione italiana Gian Maria Cervo e Francesco Salerno
regia Massimo Mesciulam, con Fiammetta Bellone, Michele Maganza, Maria Grazia Pompei, Alice Arcuri, Paolo Li Volsi, Silvia Quarantini, Andrea Bonella, Maurizio Lastrico, Francesca Masella, Zohra Mouij Lebbar

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