Magazine Martedì 30 maggio 2006

Il romanzo-reportage a disegni di Guy Delisle

© Guy Delisle
Quando era a puntate lo temevo. Oggi il racconto a fumetti è diventato romanzo e personalmente vedo coronarsi un desiderio d'infanzia. Dopo , la nuova ondata di letteratura illustrata o graphic novel (inaugurata nel 1978 da A contract with God di Will Eisner e proseguita con Maus di Art Spiegelman e Batman: the dark knight returns di Frank Miller nel 1986, ma già nota a Hugo Pratt che nel '76 veniva premiato a Angoulême per Una ballata del mare salato, per non parlare di Poema a fumetti di Dino Buzzati del '69) intriga a destra e a manca ed è anche ampiamente rappresentata nella mostra Fumetto International. Trasformazioni del Fumetto Contemporaneo, a cura di Fausto Colombo e Matteo Stefanelli, alla , fino al 3 settembre 2006.

Per eclettismo, il lavoro che si piazza sotto i nostri occhi questa volta è una traduzione dal francese di Andrea De Ritis, del 2003, proviene dal Canada ed è a firma di Guy Delisle, autore di fumetti e da più di 10 all'opera nell'animazione.
Senza mediazioni Pyongyang (Fusi orari, 2006) è il ritratto di uno stato, la Corea del Nord, e della sua capitale - da cui il titolo - tracciato dall'occhio di un visitatore occidentale. Riproduzione in bianco e nero (dominante) per immagini e parole di uno stato, di una società e di una cultura che è al contempo il diario stupefatto del protagonista, in visita sì, ma di lavoro per la realizzazione di un cartone animato (Delisle ha realmente lavorato a Pyongyang per due mesi, come succede ormai a molti in questo campo, che per ragioni economiche finiscono in studi di animazione all'estero).

Tra le più dense tonalità di cui il grigio dispone, il rigore della china nei suoi vari spessori e in linee rette ammorbidite da un tratto impressionista, Delisle crea una cronaca esatta ma profondamente contaminata da un quotidiano straniante, da una solitudine forzata, dall'agio di chi guarda ma non è guardato e si mette le dita nel naso, o si schiaccia i brufoli, nel corso delle sue giornate tipo, dall'arrivo fino all'ultimo giorno del soggiorno.
Una cronaca riflessiva e quasi antropologica dell'homo occidentalis a confronto con l'homo koreano collocato in una realtà che lo vede disumanizzato, lo preferisce acritico e che lo ha totalmente escluso dall'opportunità del libero arbitrio. Così asservito e reso obbediente, l'homo koreano è servitore di idee e comportamenti grazie ad un uso spietato quanto rigoroso e persecutorio di una fede politica: la dittatura religioso-dinastico-comunista del leader Kim Jong-il, perpetrata nella proliferazione dell'immagine-icona dello stesso riprodotta ovunque, in diversi formati: monito ad ogni volontà o azione anche solo del pensiero.

Se per il suo alter ego e protagonista, Delisle ha scelto una stilizzazione molto radicale - tutto naso un po' come Lagostina - per la popolazione indigena la sua matita ha messo in atto il gioco delle differenze, realizzando una varietà di facce, espressioni e pettinature, all'interno di quella disarmante omogeneità di volti e fisionomie asiatiche, verso cui noi occidentali normalmente investiamo pochissima attenzione, dichiarandoci perdenti in partenza nel capire la differenza fra un cinese e un coreano o un coreano e un giapponese.

La sacralità dei luoghi frequentati che questa narrativa-reportage trasmette è resa graficamente con vignette che ci propongono sguardi macro su particolari di luoghi monumentali della città: come la gigantesca figura del padre della nazione Kim il-Sung, 22 metri di bronzo. Oppure la piramide «evidente come il naso in mezzo alla faccia... praticamente invisibile agli occhi dei nordcoreani», concepito come il più grande albergo dell'Asia con 3.700 camere, «da vicino... solo una struttura di cemento. La gru in cima fa credere che i lavori stanno continuando».
La desolazione è dipinta in quadri fermati in shot che sono campi lunghi alla Antonioni, svuotati di ogni fascino paesaggistico da linee lunghe come di orizzonti desertici, perché svuotati di senso e funzione, e disabitati a forza.

Le monde ha definito Delisle e il suo volume con la felice frase: «una matita grigia che rivela uno humour irresistibile in un universo orwelliano», tanto è forte il contrasto fra silenziosa esistenza, fatta di grandi numeri e piccoli esseri umani, condotta all'ombra del verbo, come formichine operose in una colonia versus la vita da singolo del protagonista, essere vivace e inquieto, magari anche infantile e certo irriverente («negli alberghi il più grande piacere della vita è stendersi sul letto con le scarpe»), sguardo su un mondo che con Orwell in tasca (1984 il libro che il protagonista/Delisle sfoggia all'aereoporto durante il controllo dei bagagli all'arrivo) sembra l'incarnazione della fantascienza immaginata circa sessantanni prima.

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