L'urban survival in mano agli artisti - Magazine

Cultura Magazine PAC - Padiglione d'Arte Contemporanea Lunedì 22 maggio 2006

L'urban survival in mano agli artisti

Magazine - Milano. Maramao perché sei morto? ...L’insalata era nell’orto e una casa avevi tu, faceva il motivetto, firmato da Mario Panzeri e Mario Consiglio nel 1939. Cibo e casa ecco fatto, che volere di più? Oggi come allora, e come probabilmente domani, avere una casa e un orticello (o un contenitore per i rifiuti con buone prospettive) è quasi un’utopia. E l’arrangiarsi dei senza tetto è sempre di più una qualità che chiunque può verificare, senza andare all’estero, anche nelle nostre strade. Proprio intorno alle Strategie alternative dell’abitare, Gabi Scardi ha pensato di allestire una mostra Less (al – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano – fino al 18 giugno): tra design, architettura, arte concettuale, video e installazioni. Per una riflessione sul fare-casa no-limits.

18 artisti della scena internazionale propongono il loro pensiero intorno a ciò che l’uomo brama per primo insieme a pane e vino: un rifugio, una tana. Se alcune delle idee realizzate parlano di parodia (come lo Snail Shell System di ) e ( con la sua Treetent che propone una soluzione di lusso per la classica casetta sull’albero) e si proiettano anche verso soluzioni potenzialmente funzionali (come i Critical Vehicles, creati da Krysztof Wodiczko sin dagli anni ’70 modificando i carrelli della spesa, vedi foto sopra) del vivere outdoor (re-interpretato da con tipologie di Refuge wear o Body Architecture, tute-sacco o tende-tute dai materiali e colori tipici degli escursionisti) e in modo invisibile, altre opere riflettono sulla questione più macroscopica delle città che cambiano, sia a livello urbano che sociale. È il caso dell’installazione sonora (di ), Soglia delle parole che sposta la mostra fin sull’ingresso del PAC, lasciando alle orecchie il compito di comprendere 16 voci straniere che intersecandosi, raccontano di sè, nelle lingue che oggi vivono e abitano Milano, in una complessa stratificazione urbana. , artista genovese, continua la sua indagine sul rapporto umano con il territorio, sulla possibilità di riconoscersi e conoscere il luogo dove si vive, nella nuova mappa di Milano in distribuzione gratuita all’ingresso: Wider City, un «ritratto della città in trasformazione – scrive Vitone sulla mappa stessa in scala 1:15.000 - ...Una complessità in crescita che compone stratificazioni di senso senza confini. Nel 1998 il progetto Wide City tentava una messa in ordine geografica, con criterio tassonomico, di ciò che avveniva all’ombra della Torre Velasca. Oggi, con Wider City, c’è la consapevolezza che quest’ordine è destituito; emerge una rete sotterranea di attività...che si basano sul passa parola...». Prima di lui, proprio accanto all’ingresso del museo, fanno mostra di sè i paraSITE di , sacchetti di plastica assemblati e smontabili nutriti dell’aria che esce dagli sfiati esterni dei sistemi di ventilazione dei condomini – quelli che, nel mio primo viaggio a New York, mi hanno lasciata esterefatta per il loro numero, per l’oscenità con cui nell’avanzata America del 3° millennio ognuno ha comunque il suo e produce un calore che solo quella città conosce, proprio perché artefatto e individualmente generato in un’ottica da Terzo Mondo, dove il benessere di uno prevale sul quello di migliaia.

Nella prima sala accanto all’Adjustable Wall Bra di Vito Acconci, moderna versione del dondolo da giardino, è opportuno fermarsi davanti alla proposta video di Mircea Cantor, artista rumeno, classe ’77, girato nella capitale dell’Albania, Tirana. Diverse inquadrature si sovrappongono nello stesso quadro, vanno e vengono fino a quando interviene un corteo. Sui cartelli nessuno slogan, solo superfici riflettenti che moltiplicano lo sguardo sulla città, gli specchi inquadrano cielo e finestre e li cuciono insieme in un nuovo e imprevedibile landscape caleidoscopico. Un collage vivente, versione urbana del tableaux vivant.

Ricondurvi di fronte a ogni singolo pezzo in mostra sarebbe inutile, ma due lavori ancora vale il tempo di raccontare. In due modi completamente diversi, il cubano Carlos Garaicoa e l’israeliana Keren Amiran riflettono su un’altra importantissima dimensione dell’abitare: il progetto e la sua realizzazione. Garaicoa giustappone su parete le sue foto in bianco e nero dei diversi stadi d’avanzamento dei lavori di quei progetti che possiamo apprezzare subito a fianco. Idee bidimensionali dell’abitare, quasi sempre redatte con grafiche allettanti e composte, di dimore o residenze appetibili, qui vane rette che si scontrano ineluttabili contro le variazioni di grigi del cemento e delle armature mai compiute. Amiran gira un cortometraggio sulla visita dell'architetto al suo progetto reso cemento, mai mai finito e provato. Zolotov - questo il nome del progettista anch'egli israeliano - si aggira per le stanze di quella che doveva essere una clinica privata, ne descrive le stanze e le destinazioni, con il rammarico di chi non saprà mai se il tutto avrebbe funzionato. Lì incontra un giovane che trova in quegli spazi vuoti e incoclusi la libertà del suo pensiero e di un ritmo vitale che in anno consuma due soli libri, in un altro migliaia.

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