La mia prima volta alla Scala - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 24 maggio 2006

La mia prima volta alla Scala

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Milano. Una donna elegante con i capelli raccolti in un pettine d’osso tiene per la mano una bimbetta con i capelli lisci, che saltella divertita, in un abito blu da signorina per bene. Siamo tutti in attesa del verde del semaforo che ci separa dall’ultimo tratto di sampietrini in vista dell’ingresso al , stasera balletto: La Bayadere.

«Sono abbastanza elegante?», mi chiede improvvisamente Caterina. È la nostra prima volta, siamo emozionate. Intorno a noi la fauna degli avventori del Teatro è infatti addobbata in maniera quantomai varia. La valuto dall’alto dei miei tacchi da vertigine e vedo nell’ordine: sandalo nero, pantalone nero e maglietta nera. Siamo arrivate in Piazza Del Duomo trafelate direttamente dall’ufficio, abbiamo ingoiato in fretta un trancio di pizza freddo e una coca cola tiepida e ancora con le dita unte ci siamo lanciate verso il Teatro.

Maria ci aspetta accanto all’ingresso, è un tripudio di colori con tanto di mini sportina di plastica da spesa dell’ultimo minuto appesa al braccio, che la sorella di Belzebù, alias la maschera del Teatro, addita inorridita appena ci vede. Non opponiamo resistenza e lasciamo la sporta al guardaroba. Ancora brucia la cocente delusione di non essere entrate direttamente dal portone principale e di essere state invece dirottate, questa volta dalla cugina di Belzebù, su di un orrido corridoio fin fuori dal Teatro verso l’ingresso per la Galleria. «Cosa importa, ragazze, siamo alla Scala!», dico io tentando di risollevare il morale della truppa.

Sì, siamo alla Scala anche se non siamo riuscite a godere del foyer e dello spirito eccitato dei minuti a ridosso dell’inizio dello spettacolo. Ci siamo perse il fruscio degli abiti eleganti, gli specchi che dilatano lo spazio e riflettono la luce, che ho visto in un documentario dedicato ai faraonici lavori di restauro. Le scale, le atre, quelle che ci portano fin quasi a toccare il soffitto, si fanno sempre più squallide a mano a mano che ci si allontana dalla platea e che i biglietti si fanno meno cari.
I nostri agognati posti sono l’ennesima delusione, delusione che in Caterina e Maria diventa velocemente rabbia. Tre posticini dove riuscire a vedere il palco è un’impresa da contorsionisti, bravi contorsionisti, tra colonne, signore cotonate, teste varie e baldacchini.

L'unica cosa da fare per non finire ad ascoltare solo la musica è restare in piedi. In piedi per le tre ore fitte dello spettacolo. Ed è quando la musica si fa decisa e la luce della sala soffusa fino a spegnersi del tutto, che il meglio di questo Teatro si mostra e mi accorgo che sto guardando dappertutto tranne che sul palco.
Guardo i velluti rosso vermiglio delle tende, l’enorme lampadario di cristallo alla mia altezza, i palchi bianchi e oro bellissimi anche quando le luci puntano solo sulle assi del palco, messe alla prova dallo scalpiccio di piedini e scarpine da ballo. Accanto a noi una figura sottile segue con una minuscola luce lo svolgersi della storia su di un panciuto libretto. Stasera l’étoile scaligera Roberto Bolle ha ceduto il posto ad un ospite, il diafano e sottile Leonid Sarafanov che non salta, vola!. «Leonid il Bolle se lo mangia in un boccone!», afferma la sciura. Hooligans a Teatro?

E alla fine di ogni tempo, mentre tutti gli altri si alzano per sgranchirsi le gambe, Maria e Caterina si siedono per riprendere possesso di ginocchia e polpacci. La mia curiosità mi porta invece lungo tutta la galleria, per cercare di guardare giù in platea verso il palco reale magnifico, verso la buca immensa dell’orchestra.
Distesa ad occupare tre posti, la ragazzina con l’abito blu si è abbandonata ad un sonno profondo mentre la nonna le accarezza i capelli. Quando cala definitivamente il sipario io e le mie amiche ci fondiamo verso l’uscita come tre novelle Cenerentole allo scoccare della mezzanotte. Il nostro Principe Azzurro si chiama Metropolitana e se perdiamo l’ultima corsa è un vero guaio. Ci ripromettiamo di tornare, magari per un concerto, con l’abito scuro di ordinanza e ai piedi un paio di scarpe comode.
Per la cronaca la favola de La Bayadere vede l’amore trionfare in un tripudio di nebbia sintetica e musica da operetta. Ma questo alla fine poco importa: siamo state alla Scala!

Cristiana Stradella

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