Magazine Lunedì 22 maggio 2006

Piccola storia ignobile

L’unghia dell’indice scava il cartone pressato del sottobicchiere, mentre racconti.
Arrabbiata di paura, come un acrobata sospeso che, se ci pensa su, cade, la tua voce è secca, e non impieghi che un minuto, al termine del quale i tuoi occhi – indiani – sono di colpo stanchi, come se avessero trattenuto le parole tutto il giorno, come si fa a volte con le lacrime. Brillano, sfiniti; succede, quando il cuore si aggrappa a loro, forti lassù, per non mollare la presa, estenuato dalla continuità della delusione.
Hai ricevuto una telefonata, dici. Era ora di pranzo. C’era il sole, e non te lo aspettavi. Lo sentivi, sulle gambe, attraverso le calze (i primi giorni, ogni autunno, metterle è come indossare malinconia). Il numero, non compare. Hai Vogue, appoggiata al fianco, e nella borsa Bernhard, acqua magra e cioccolato; vuoi solo camminare sul Pubblico Passeggio, lasciare indietro l’ufficio, e magari tutto il resto.
Senza curiosità, decidi di rispondere alla domanda anonima di quegli squilli. È una chiamata video. Tasto verde, e ti ritrovi a guardare una mano che abbaia. Un uomo, che si sta masturbando.

Improvvisamente, ti meravigli di quanto sia grossolana la grana dell’asfalto davanti alla punta dei tuoi stivali. Un vecchio in bicicletta, sul portapacchi la molla per il giornale, dal centro della strada procede da un angolo all’altro, per attraversare i laghi di foglie morte. Guardi alle tue spalle ed intorno, con un gesto automatico di colpa, e ti sembra che il piccolo schermo che hai nel palmo sia grande, invece, immenso e dominante come il telone di un cinema.
La scena che ti viene rivolta non è cambiata, e non è finita. Intorno alla rotonda, di sotto, oltre il salto delle mura, crocchi di auto sporche di musica cattiva, calano marce.
Finalmente, il sangue di nuovo corrente, le tue dita stringono, il pollice scatta, sbaglia, spegne. Ti siedi. Dentro te, il silenzio è ardesia.

Torni indietro, vuoi lavarti le mani alla fontanella. Vorresti invece farti una doccia, usare il guanto di corda, avvolgerti di calda spugna gentile. Chi, vorresti sapere. Perché; ma pensarlo è come sfregarsi noci nello stomaco. Sei arrabbiata, ti vergogni, e di sicuro sembra uno schifo, tutto quanto. Un cane, al guinzaglio di una ragazzina, beve dalla base della fontana, ai tuoi piedi. Gli sorridi; lui non può essere stato.
Sai che probabilmente è un uomo che conosci, ad averlo fatto. Il numero è quello tuo privato, non lo usi per lavoro, niente.
Mi domandi che cosa siamo, noi. Gli uomini.

Hai pensato a una denuncia, ma non hai avuto voglia di farti prendere in giro, in commissariato. Io dico che avresti dovuto, invece, ma so che hai ragione. E poi, come denunciare che gli uomini ti stanno portando via il sentimento della sessualità?
Insulti come questo sono un inquinamento, della sessualità. La usurpano, perché nulla c’entrano, con essa. Non sono che gesti di potere frustrato, vigliacco e fuori bersaglio; come se un uomo, con un sasso, volesse rompere il vetro delle onde.
Immagino l’uomo inquadrarsi il ventre; tu gli piaci; gli piace quello che ha in mano e te lo offre – sai, come un gatto, orgoglioso quando regala un topo morto alla padrona. Non lo so, se si rende conto di non essere altro che violento, mentre lo fa. Spiritoso, piuttosto. O, comunque, leggero.

No, invece. No, uomo: è violenza. La cattiva coscienza di chi non capisce, di chi non perdona. Eppure, la bellezza non è una colpa e, no, la bellezza non è nemmeno una responsabilità.
Il tempo della birra, clessidra della nostra conversazione, è finito. Non ho saputo dirti nulla. Solo quando sei già andata mi torna in mente una frase che una volta hai letto tu, a vernice su un muro: non spegni il sole, se gli spari contro.

Matteo Labati

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