Giovani sotto spirito - Magazine

Attualità Magazine Lunedì 22 maggio 2006

Giovani sotto spirito

Magazine - Nel giardino da marciapiede di un bar, una compagnia di ragazzi, belli di rosea arroganza, sta bevendo fin dall’ora dell’aperitivo, secondo liturgia.
A cinquanta metri, su una sedia di plastica spuria, dorme un barbone, la pancia lasca, la testa pendente e verde, nel buio.
Si ignorano a vicenda.

Bevono, i giovani.
Lo afferma la Società Italiana di Alcologia della Liguria, che ha appena pubblicato una ricerca, della quale hanno dato ampio conto i giornali. Per crederci, basta uscire una sera. O essere giovani, appunto.
Bevono, i giovani, e cominciano sempre prima; considerando che smettono di essere giovani sempre dopo, è un guaio.
È il progresso, d’altra parte, che anticipa l’alcolismo: i giovani oggi fanno tutto prima: scopano prima, spendono prima, si deprimono prima e, naturalmente, bevono prima. È la solita emulazione, però più veloce, e più densa. Si matura prima in gradi, che in anni: i giovani, bevono invecchiato.
I grandi, voglio dire, bevono meno, e – sì – qualche volta bevono meglio, solo perché hanno tempi di recupero più lunghi, e la fregatura, igienica, di essere costretti a dimostrare più spesso una lucidità almeno parvente. Non cambia il fatto: l’Italia è una repubblica fondata sull’alcol (l’Italia e i paesi a società affine, beninteso). È un fatto di ordine. Se consideriamo, anzi, oltre al consumo di alcolici, con la sua, almeno parziale ma non troppo, rispettabilità sociale, anche la nostra diffusa disponibilità verso altri prodotti di ingegno chimico, pronti nelle farmacie oppure da cercare nei vicoli la notte, una cosa soprattutto diventa evidente: l’uomo è quell’animale che si fa.

Più homo factus, in fondo, che homo faber. Bene o male, a qualsiasi latitudine, la vita bisogna pure sopportarla.
Supportandola, allora.
Un aiutino, che altrimenti, la vita, no, per niente facile. L’uomo si trova, se non bene, in ogni caso meglio, quando è stonato. Chiaro che si cominci presto, quando la sensibilità non è ancora ottusa dagli anni, e la frustrazione è dunque ancora un problema, e la noia pure.
È così più o meno dappertutto; non solo allora nei paesi disgraziati, dove puoi anche cercarla, la felicità, ma non la trovi nemmeno nei dizionari, che anzi mancano pure quelli; non solo nei paesi fuori fuoco, dove i giorni offrono solo questo, che passano, alla fine, e non c’è altro da chiedere loro, se non che si sbrighino; ma anche dalle nostre parti, periferia dell’impero, sì, ma lustra e ritoccata al punto che imbroglia, o quasi.

Poi, c’è differenza tra bere lattine di birra scaduta dormendo avvolti nei fogli di giornale ed ubriacarsi di liquori miscelati ad arte secondo la moda del momento, come c’è differenza tra fiutare colla nei quartieri di lamiera e sniffare cocaina limitando la riga con la carta di credito (la messa in piega), ma l’intenzione è la stessa. Fregare la realtà; noi diciamo: distrazione, divertimento, e ci sembra magari che funzioni. Ma. Pensiamoci: come passiamo, soprattutto, il nostro tempo libero? Ci si trova, a bere qualcosa. Si esce, a bere una cosa. Che non è mai una soltanto, e che in ogni caso non sarà abbastanza.
Cominciamo perciò giovanissimi (la prima bevuta in birreria o in discoteca, la prima festa esagerata, e qualcuno che ci tiene la testa mentre rendiamo l’anima – sdoganato il sesso, è ormai questo, il nostro rito di passaggio fuori dall’infanzia), andando ad imbottigliarci nei vichi del centro, e non smettiamo davvero mai, forti almeno di nostalgie quando non più di repliche.
E controllate quante bottiglie di alcol per dolci vendono i supermercati ai vecchi, e quante poche torte si fanno ancora con il liquore, invece. In realtà il vero problema sociale dell’alcol è quello che possa finire.

Beviamo per festeggiare, per dimenticare, perché finalmente ci sposiamo o perché purtroppo no, non è andata, beviamo per allegria o per equivoco, perché è solo Genova e perché lo faremmo comunque anche altrove, perché finalmente è sabato o perché presto sarà lunedì. Beviamo perché c’è un tempo per ogni bicchiere.
E ci addomestica, bere.
Bere come passatempo. Cioè: mentre si beve, il tempo passa. Risultato conseguito. E nessuna tempesta, finchè sta nel bicchiere, preoccupa davvero. Si beve in mancanza d’altro, e si beve per non farsi mancare altro.
Ci si costruisce anche una personalità integrativa della propria, spesso latitante, fatta dai nostri gusti – dimmi che bevi, ti dirò chi sei: chi beve solo birra, ma come se la bionda piovesse; chi ne sa di vino, chi solo gintonic, chi è stato dieci giorni in Messico e deve per forza mangiarsi il gusano, e chi basta che non sia acqua. Basta farcela ogni volta sino al venerdì, poi è andata. Un gruppo di amici (l’abitacolo, come unità di misura), e se mancano vanno bene i conoscenti, saranno amici la prossima settimana; una scorta di sigarette da fumare in equilibrio sul raffreddore, un prelievo al bancomat, e pazienza, che locali aperti, a cercare, se ne trovano sempre. Fosse pure un autogrill.
Quello che conta, è che il bicchiere sia sempre mezzo pieno.

Matteo Labati

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