Guido Rossa in scena alla Corte - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Corte Martedì 16 maggio 2006

Guido Rossa in scena alla Corte

In alto un momento dello spettacolo da destra Raffaella Tagliabue, Nicola Pannelli, Barbara Moselli e Carlo Orlando. Sotto l'attrice Barbara Moselli nella parte di Sabina Rossa

Magazine - Genova. Applaudono lo spettacolo o un simbolo? È una domanda che mi nasce immediata insieme alle emozioni convulse suscitate dalla prima della Mise en espace Di eroi, di spie e altri fantasmi, per la regia di Nicola Pannelli, ieri, mercoledì 16 maggio, alla Piccola Corte (Teatro Stabile di Genova - fino al 20 maggio). Gli scrosci prolungati e accessi del pubblico, il gesto di molti di alzarsi in piedi, mi provocano uno smarrimento e un profondo vuoto. La domanda che mi pongo non è originale, è una domanda che ricorre nel testo stesso di Nicola Pannelli e Carlo Orlando (liberamente tratto da Colpirne uno educarne cento di Giancarlo Feliziani e da Sguardi ritrovati, edizioni “Sensibili alle foglie”). Un quesito pronunciato da Pannelli stesso quando, nei panni di Guido Rossa, riflette sulla denuncia verso l’operaio e BR Francesco Berardi e sulla condanna allo stesso a quattro anni e sei mesi di carcere. «Ho denunciato un simbolo e mandato in galera un uomo. Sono una spia? Il giudice ha detto "processiamo un uomo non un simbolo"». Gli risponde la figlia Sabina, (Barbara Moselli), «Ti dico io cosa dicono le BR: “Non spariamo a un uomo, ma a un’istituzione, a un simbolo”».

Che differenza c’è tra applaudire un simbolo, forse un gesto (di recupero di una memoria a lungo nascosta) e applaudire uno spettacolo? Lo spettacolo è un esempio di teatro-documento: i personaggi sono quasi sempre narrati in terza persona, solo Guido Rossa e la figlia Sabina e, brevissimamente, Francesco Berardi coincidono con il loro attore. Altrimenti tutti in scena prestano voce a un storia, quella degli anni di piombo, qui fatta di molte biografie, proclami delle , voci di corridoio, di giornali. Cronache variamente rielaborate, ma lasciate a una lingua cruda e oggettivante. Si narrano gli anni tra il 1978 e il 1980, gli anni bui. Gli anni della colonna genovese delle BR, gli anni delle lotte e delle stragi. Una voce fuori scena ci avverte fin dall’esordio di usare la nostra immaginazione per colmare ciò che sulla scena sarà solo parola. Andranno in scena Guido Rossa e sua figlia Sabina, l’operaio BR, divulgatore di volantini all’Italsider, detto “il poeta della rivolta”, Francesco Berardi (Franco Ravera); l’insospettabile Annamaria Ludmann (Raffaella Tagliabue), irregolare delle BR (sulla Ludmann è uscito di recente un libro fatto di testimonianze stupite di chi l'aveva conosciuta e non ne sospettava affatto il coinvolgimento nelle BR, ma anche documenti storici, verbali raccolti e redatti da Lorenzo Podestà, in Anna Ludmann - dalla scuola svizzera alle Brigate Rosse, Edizioni Bradipolibri, 2006); Riccardo Dura, militante e forse responsabile della morte di Rossa; l’avvocato Edoardo (Eddi) Arnaldi (Franco Ravera e Carlo Orlando) e molti altri che popoleranno la scena solo per evocazione.

È una storia densa questa che Pannelli e Orlando hanno deciso di raccontare. L’emotività è alta fin dalle prime battute, l’interpretazione trasognata, malinconica e vagamente assente di Barbara Moselli ci restituisce una Sabina Rossa-bambina, anche se sedicenne; una bambina a cui hanno sottratto il padre e che sembra quasi esclusa dal poter diventare donna. Una bambina che vive di questa storia, se ne nutre (tutte le battute del suo personaggio sono inventate e non frutto di interviste. È da poco in libreria invece Guido Rossa, mio padre, scritto da Sabina Rossa e Giovanni Fasanella - Rizzoli, 2006). In lei la sofferenza dilaga sulla scena come un soffio caldo e maleodorante, le sue vocali pronunciate larghe e lente fanno del palco semicircolare un catino di sangue. Il Guido Rossa di Pannelli è un eroe, duro e spigoloso. L'alpinista, che, accarezzando il tetto del mondo, gli 8.000 dell’Himalaya, già si pone un altro obiettivo, più alto, di fronte al quale si sente impotente: suscitato dalla gente che ai piedi della montagna muore di fame, è sfruttata, discriminata, soggetta a violenze. È fiero, rifiuta la scorta e tutte quelle accortezze che dopo il suo gesto tutti, premurosi, gli avevano caldamente consigliato. Rifiuta tutto e resta solo, così come solo firma la denuncia ai carabinieri, nonostante in molti dalla fabbrica l’avessero seguito convinti in caserma, per quel gesto tanto discusso. Da eroe, da comunista, da uomo dall’etica antica, il Guido Rossa di questa storia da palcoscenico crede dentro di lui che le BR non spareranno a un operaio.

Si sbaglia? Forse non del tutto. Il piano originale prevedeva la gambizzazione del traditore, della spia. Il 24 gennaio 1979 le cose però si concludono diversamente e Rossa viene ucciso. Le rivendicazioni giungono a più riprese e contrastanti fra loro, forse a dimostrazione che quell’azione era stata malamente coordinata e eseguita oltre agli ordini. Solo il 6 febbraio si arriva a una rivendicazione ufficiale e univoca delle BR che conferma la volontà di gambizzare e sottoscrive il tragico epilogo, con 200 volantini sparsi su tutta Genova. I carnefici di Rossa lo avevano seguito per 92 giorni come vicini di casa, ne «l’invisibilità dell’evidenza», e da vicini di casa, una volta traditi dal BR pentito Patrizio Peci, furono vittime dell’agguato dei reparti speciali del generale Dalla Chiesa.

Il lungo finale è la cronaca delle morti a cascata. Berardi in carcere dilaniato dalla vergogna, dalla durezza del carcere speciale e dalla strategia di desocializzazione o “circuito dei camosci” che lo vede spostato da un carcere all’altro in continuazione, alla fine tradisce il professor Fenzi e si suicida, forse indotto a farlo. Anche l’avvocato Arnaldi, di fronte alle manette, sceglie di togliersi la vita e al suo funerale saranno 10.000 ad accompagnarlo per tutto il centro fino a Marassi, per una breve pausa e alcuni cori con i detenuti, e poi a Staglieno. Il corteo non era autorizzato che per un percorso di 300 metri.

Sabina resta sola in scena e dopo aver sollecitato il racconto fino all’ultimo personaggio, con un semplice “Finisce qui?”, disarmata riflette sulla frase buona per tutte le morti: «una tragedia che si poteva evitare». Hanno applaudito uno spettacolo o un simbolo? Resto muta di fronte a una storia che oggi ha dell’incredibile perché di eroi non c’è n’è più, regna il più spiccato individualismo, le spie sono le intercettazioni e di fantasmi in giro ce n’è troppi, ma forse sono gli scheletri quelli in sovrannumero.

Piccola Corte, al Teatro della Corte
fino al 20 maggio - ore 20.30
Di eroi, di spie e altri fantasmi
di Nicola Pannelli e Carlo Orlando
interpreti Raffaella Tagliabue, Nicola Pannelli, Barbara Moselli, Franco Ravera e Carlo Orlando
scene Laura Benzi
musiche e suoni Luigi Albert
Ingresso libero

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