Magazine Martedì 16 maggio 2006

Passeggiata sotto la pioggia

Angolo di una strada. Angolo tra due strade. Finestre basse. Foglie galleggiano su una pozzanghera di primavera. È primavera? È un giorno, una mattina. La porta verde si apre, scarpe scendono quattro scalini, schizzano acqua, rumori di passi come la puntina sul vinile. Scarpe dalle stringhe slacciate che si trascinano sul bagnato. Dall’alto ancora qualche goccia: “l’ultima scrollata di Zeus”, pensa Dave senza fastidio.
La pioggia ha un buon odore.
Dave è senza ombrello. Dave è sempre senza ombrello quando piove. Dave ha spesso il raffreddore e gli amici, che spesso lo chiamano Dave, in casi come questo lo chiamano coglione.

Lui alza le spalle, tira su col naso, s’arruffa i capelli umidi, sente di avere una caccola fastidiosa nella narice sinistra, gira le spalle, alza l’avambraccio e il dito indice in cenno di saluto e se ne va.
Toglie la caccola fastidiosa e l’allontana con una biccellata. Se centra una pozzanghera fa plick.
Dave spesso ride. Ride al mattino davanti allo specchio. È un’abitudine presa da bambino e come tutte le abitudini lascia il tempo che trova (d’inverno spesso appannato).
Quando passa davanti alla gabbietta vicino la finestra, l’uccellino si desta:
“C...”
“Vuoi finirla?!”
L’uccellino non è mai riuscito a concludere un Cip.
È questo il preciso istante del giorno in cui Dave è odioso. Per tutto il resto del tempo è tutto il resto tranne che odioso.
Stamattina ha scelto scarpe bianche, pantaloni scuri, la t-shirt viola che usa per i viaggi e il cappotto antracite. Anche se è primavera fa freddo.
Gira l’angolo in Strasse des 17 Juni, attraversa Rue de Rivoli, si specchia in una vetrina di Carrer de Ferran, cede il passo a un cane in Strada Nuova, svolta sulla 7th, finisce la sigaretta (che non ricorda di aver acceso) all’incrocio con Mary Street.
Alza lo sguardo, la Grande Mela invade la scena. I vecchi ubriachi chiamano così il loro regno.

Dave non lo chiama perchè sa che non gli risponde. Ma chiama vermi i vecchi ubriachi che vi strisciano dentro. Dave sa che i vermi che bruciano muoiono a poco a poco e non può far nulla se non spazzarne via la cenere a fine turno. Tra la selva di sedie capovolte Dave fa il suo lavoro fischiettando, chiedendosi se sedersi a testa in giù capovolgerebbe anche i punti di vista.
Ma è ancora mattina e aspetta il verde appoggiato al semaforo. Gli viene in mente qualcosa sui semafori: li immagina in un deserto mentre ripetono in modo perfettamente inutile i loro colori. Probabilmente, se si trovasse in una situazione del genere, continuerebbe ad aspettare il verde.
Coi piedi a scostare sabbia immaginaria, perde il verde. Guarda i pedoni dall’altra parte, li cancella, li ridisegna come caricature, sorride, scatta il verde, attraversa, scambia i passi, apre la porta a vetri con gli stipiti verdi della Grande Mela verde, entra, esce di scena.

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