L'opera‑tragedia di Conte e Alfieri - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Venerdì 28 aprile 2006

L'opera‑tragedia di Conte e Alfieri

Nelle immagini alcuni momenti dello spetacolo. Sotto l'attore Woody Neri nei panni di Caino

Magazine - Alfieri voleva riportare in auge la tragedia e siccome al tempo andavasi molto di moda l’opera, s’inventò bel bello la «voce, che il tempo giudicherà poi se barbara debba riputarsi o Italiana», Tramelogedia. Tonino Conte, ormai avezzo alla letteratura deseuta e alle storie che prime si affacciarono ai nostri orecchi, con coraggio l’ha portata sul palco del Teatro della Tosse (già a dicembre in prova) e ora fino al 29 aprile, con la compagnia del teatro in cui si inseriscono gli interventi degli SpettAttori (efficaci).

Sono proprio questi ragazzi che dalle prime file si alzano per dare inizio alle danze di questa tragedia in cui si innesta il melodramma e la cantata epica, oltre al tragico. Si insinuano sotto il sipario gli spettAttori e, sbirciando, lo fanno aprire. Di fronte si ergono tre torri. Di Babele? No, siamo al capitolo precedente, con Adamo e Eva, appena cacciati dal Paradiso e ancora profondamente vergognosi e impauriti del loro peccato. Loro son lì che crescono nell’amore i loro bei figlioli: Caino e Abele, ignari ancora del seguito. Pensate di aver capito tutto? Invece vi sbagliate. Prima che l’idillio familiare si palesi, scopriamo le trame e la natura delle tre torri. Sotto lunghe vesti si celano tre burloni e canori diavoli: Lucifero (Vanni Valenza che straniera fa la lingua bella dell'Alfieri), al centro; l’Invidia (Susanna Gozzetti, dalla doti canore leggere e armoniche che ci propone persino un rap con tip-tap) a destra e, a sinistra, il Peccato (Pietro Fabbri, talvolta troppo macchiettistico). I tre, che come famigliola altrettanto affiatata agiscono – Lucifero è il padre, Peccato è il figlio e Invidia è la madre, puntano a diffondere il male sulla terra. Peccato da solo fallisce e allora tutti e tre si mettono cantando (sulle belle musiche di Oscar Prudente) all’opera. L’anello debole è certo Caino, il meno preferito da mamma Eva che vede in lui «un certo inesplicabil segno, come se fosse una nube di sangue...tra ciglio e ciglio ...scolpito in fronte».

Cantano i diavoli sonore melodie e canzoni, la lirica fa capolino e una certa ironia e gusto per il farsesco trovano gran agio nell’imminente tragedia. Diavoli nel gesto e nell’abbigliamento, le tre torri sono estremamente scenografiche (le scene sono di Andrea Corbetta, i costumi di Bruno Cereseto) e con semplicità creano due mondi vicini ma non coincidenti. Il trucco e le vesti fanno il resto, anche se la scelta di un pigiama grigio omologante, non rende a tutti piena giustizia. Si ride dell’idillio familiare, si ride dell’intento cattivo un po’ fumettistico dei diavoli. Si godono le note e un testo scritto nella nostra bella lingua antica, che fa dire a Eva a proposito di concepire una bambina: «La bramo io, più di te: compagna a me di sesso, «figlia negli anni, ed in amor sorella» sarammi, io spero: e l’indole sua mite pari fia (così prego) alla leggiadra indole amabil del mio Abele».

E sul finale il dubbio impera: un morto c’è ma nessuno è stato. Chi dunque si assume la colpa. «Non io», «non io» dicono fuggendo la scena gli SpettAttori e così Eva e Adamo ma allora chi fu? E Cosa fia?
Godibile.

A scena chiusa e applausi consumati, tentano di tirare le fila della vecchia storia fratricida Tonino Conte, don Antonio Calabrese e Giuseppe Momigliano, Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Genova. Proprio Momigliano fa notare come nella tradizione ebraica al di là della violenza altre tematiche si intersecano negli eventi tragici che coinvolgono Caino e Abele: «Il rapporto dell’uomo con un insieme e diversi contesti che è poi il quadro in cui si scatena la violenza: il rapporto fra l’uomo e la cerchia famigliare; quello fra uomo e Dio, ma anche uomo e ideologia e, infine, la relazione dell’uomo con le sue passioni e ambizioni. Questi percorsi rendono la vicenda e il suo svolgimento emblematica». Tonino Conte, da laico, sottolinea come in questa storia emerge chiaro il passaggio da un modello di società all’altro: dalla pastorizia alla coltivazione, dall’errare continuo, all’essere stanziali, dalla vita nomade a quella sedentaria, fino alla città, «perché è l’agricoltore che ammazza il pastore e non viceversa». Don Calabrese punta lo sguardo sul collegamento fra Adamo e Caino: «esiste un nesso fra quello che Caino vive e quello che Adamo ha vissuto», il peccato. «La tentazione – continua il parroco – è alla radice di ogni violenza in ogni epoca. L’invidia, il paragone a cui siamo sottoposti continuamente suscitano in noi rabbia perché ci fanno sentire inferiori. La mia non vuole essere una polemica ma una riflessione su un certo modo di intendere il progresso. Ricordiamo che dopo l’agricoltura, ci fu la Torre di Babele e la confusione delle lingue». E il dubbio finale su chi è responsabile della morte di Abele? Tonino confessa non c’era in Alfieri. È il rabbino a dare uno spunto: «nella leggenda ebraica si dice che Caino se ne andò dopo aver insegnato il pentimento. Caino dice a Adamo che Dio gli ha ridotto la pena perché si è pentito e Adamo rimane profondamente colpito da questo nuovo concetto». Sarà, ma anche il rabbino guarda con perplessità alla qualità e natura del pentimento dopo un omicidio. E allora di chi è la colpa?



sala Aldo Trionfo
da giovedì 27 a sabato 29 aprile
Tramelogedia
da Abele, o la tragedia del ridere in rima
libretto d’opera di Vittorio Alfieri
una storia in musica tra il comico e il tragico
spettacolo di Tonino Conte
con Enrico Campanati, Pietro Fabbri, Lisa Galantini, Susanna Gozzetti, Marco Grossi, Woody Neri, Vanni Valenza e con gli attori-spettatori di spettAttori
musica di Oscar Prudente
orchestrazione virtuale Roberto Zanaboni
scene Andrea Corbetta
costumi Bruno Cereseto
luci Massimo Calcagno

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