Fare di necessità teatro - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 27 aprile 2006

Fare di necessità teatro

Magazine - Genova. Spesso il teatro è entrato nel sociale per gestire il malessere, il disagio psichico e fisico di chi non sta alle regole in qualche misura. Peraltro è appurato che il teatro è tra le forme predilette per creare laboratori e fare formazione coinvolgendo gli allievi. Il teatro, poi, è stato più volte usato in funzione terapeutica, aggregativa, come strumento atto al riscatto o alla denuncia di una condizione. Il teatro è reazione e quindi funziona in molti modi. A Genova nel e nel sono andate in scena due rassegne espressamente dedicate al fare teatro con intenti speciali: lavorare con i detenuti, con i malati psichiatrici, con le comunità e nel 2006 - perché no, con cadenza involontariamente biennale - ci pensa il Teatro dell’Archivolto (alla Sala Mercato) a portare sul palco chi fa il teatro necessario. Partita il 1 aprile con la comunità di San Benedetto al Porto di Don Gallo, L’america non esiste. Io lo so perché ci sono stato, di Elena Dragonetti, la rassegna entra ora nel vivo con tre spettacoli di fila: Chisciotte ovvero l’intelligenza rovesciata per la regia di Giorgio Scaramuzzino in collaborazione con e la cooperativa sociale teatrale La Polena, dal 29 al 30 aprile; S-catenati un lavoro di Sandro Baldacci con i detenuti della Casa Circondariale di Marassi (Genova), dal 5 al 6 maggio (e lunedì 8 per le scuole) e, infine, Il sogno, un progetto liberamente ispirato a Sogno di mezza estate di William Shakespeare di Riccardo Bellandi con le detenute del carcere femminile di Pontedecimo (Genova), il 9 maggio.

«La follia del teatro contro il disagio della mente» è questo il motto della cooperativa sociale teatrale La Polena, nata su un progetto europeo, portato avanti da circa otto anni fa, che oggi vanta l’esperienza di una creazione collettiva con tre spettacoli teatrali alle spalle: Hotel storie, Alzati e Spara!. È quando parla Federico Migone che il senso del lavoro fatto emerge nella voce di un interprete e paziente. «Il teatro ci ha trasformato. È stata una scelta coraggiosa. Del vecchio gruppo partito nel ’99 siamo oggi rimasti solo in quattro. Persone nuove sono arrivate dalle comunità». Giorgio Scaramuzzino ha scelto di lavorare sul Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, perché «per mia natura preferisco tutti quei testi letterari ai confini di tutto: tra letteratura onirica e concreta, tra letteratura per ragazzi e quella per adulti e poi perché favorisce un dibattito sulla follia». Ed è di nuovo Federico a spiegare come: «Noi psicotici o ex, quando a marzo abbiamo cominciato a lavorare sulla figura di Don Chisciotte e quella di Sancho Panza, abbiamo subito sentito l’attinenza fra noi e loro, fra le nostre e le loro esperienze di vita. Ognuno di noi ha avuto allucinazioni e paranoie, non che averle sia una cosa bella...». E senza testo solo attraverso l’improvvisazione e il proprio vissuto lo spettacolo si è costruito da solo o quasi, rispettando in linea di massima il plot dell’originale, ma includendo «le esperienze individuali degli interpreti».

E allora speriamo che chi quest’opera ha cominciato non si stanchi di portarla avanti e chi l’ha ospitata rifletta sulla necessità di continuare a ospirtarla. Intanto al Teatro della Corte va in scena chi lavora su queste tematiche da oltre 20 anni, ma soprattutto su specifiche individualità complesse, Pippo Delbono con il suo .

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