Lo sharing per necessità - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 26 aprile 2006

Lo sharing per necessità

Magazine - Sto sfogliando l’ennesima rivista che elogia quello che viene definito un nuovo modo di condividere. Dopo il , ovvero realizzare comunità abitative che abbiano in condivisione alcuni servizi comuni, il cosiddetto sharing comincia ad essere declinato nelle forme più bizzarre. Si va dalla condivisione di un guardaroba (dress sharing) a quella di uno spazio verde (green sharing), fino a condividere perfino una dieta (diet sharing).

E così, mentre ad esempio il , la condivisione di una vettura a seconda della necessità, è già una realtà in nove città italiane tra cui , il job sharing o meglio il è addirittura legge.

Se avessi detto a mio nonno che è stato un antesignano del green sharing mi avrebbe considerato una pazza. Eh sì, perché già dagli anni ’30 si è sempre occupato di un orto con alcuni vicini di casa con i quali divideva pomodori, bietole, insalata e sudore in un periodo in cui la condivisione non era trendy, ma necessaria viste le ristrettezze economiche. Non condivideva una filosofia di vita con i suoi vicini e credo non si ponesse nemmeno la questione, condivideva semplicemente una necessità: quella di garantire cibo alla sua famiglia.
Ma per quale motivo la condivisione è tornata tanto di moda? Io, mia madre e mia sorella abbiamo condiviso il guardaroba per anni, senza sentirci per questo particolarmente al passo con i tempi, mentre attualmente condivido un appartamento, un IPod, una decina di libri con un gruppo di amiche, un paio di occhiali da sole e se ci penso bene in passato ho condiviso anche una dieta con una collega. Perché fare sharing, allora? La condivisione non si crea ne si distrugge, non è l’invenzione di nessuno. Fare sharing non è solamente questione di moda. Condividere sta diventando sempre di più una necessità, un’esigenza non esclusivamente legata al risparmio. Fare acquisti consapevoli, sperimentare lo sharing come realtà sistematica e organizzata significa condividere cose, ma anche esperienze imparando la non facile lezione dello stare insieme.

Io, Maria e Anna stiamo ad esempio imparando a condividere la spesa fatta in comune al mercato alimentare di Papiniano. Comprando cassette di frutta e verdura in discrete quantità, tagliamo i costi e riempiamo il frigorifero. Noi siamo solo in tre, ma ci sono realtà più numerose di vicini di casa che stilano una lista della spesa comunitaria e a turno mettono a disposizione un auto, il tempo e la disponibilità per acquistare grossi quantitativi di merce abbattendo i costi. Un paio di colleghe diventate mamme da poco hanno organizzato una sorta di network di neo mamme organizzando mensilmente un viaggio oltre confine per acquistare pannoloni e latte in polvere a prezzi più convenienti che in Italia. Una di loro, Giovanna, racconta che la spesa baby in comune è anche un modo per socializzare, scambiarsi esperienze e darsi fondamentalmente una mano soprattutto negli aspetti pratici dell’essere mamma. “Ho ribattezzato questo gruppo spontaneo nato con il passaparola, Mum sharing”, racconta Giovanna “E ho intenzione di ingrandire il più possibile il gruppo: i problemi che devono affrontare le giovani mamme sono più o meno gli stessi per tutte”. Quante siano queste realtà spontanee è difficile da immaginare, però alcuni dati sono reperibili e riguardano il cohousing.

Solo a Milano 3000 persone si sono già informate su come realizzare un’esperienza di coabitazione, abitare insieme rinunciando all’anonimato. Non solo famiglie, ma single che decidono di vivere condividendo qualcosa che va oltre a un numero civico e sono interessate a partecipare in prima persona alla progettazione e alla costruzione di case dove vivere in perfetta privacy, ma insieme a vicini/amici con i quali condividere spazi comuni, servizi e magari anche uno stile di vita più umano. Ci sono anche esperienze di condivisione di genere, come quella inglese della , un gruppo di signore over ’50 che dal 1998 hanno deciso di vivere insieme dandosi concretamente una mano e sperimentando un modo di migliorare la qualità della loro vita.

Cristiana Stradella

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