Teatro a piene mani - Magazine

Teatro Magazine Teatro Gustavo Modena Mercoledì 19 aprile 2006

Teatro a piene mani

Nelle immagini alcuni momenti dello spettacolo

Magazine - Cominciamo dalla fine per una volta. Emma Dante sta lavorando ad un nuovo spettacolo. Il soggetto? La mafia. «Ma sei pazza le urlo nella cornetta del telefono». Emma ride, ride forte allegra, poi si interrompe e dice: «è il miglior complimento che mi potevi fare. Lavorerò sulla mafia e le grandi opere. Scilla e Carriddi, due mostri che si spartiscono il bottino». Emma Dante è attrice, regista e drammaturga e dal ’99 alla testa della compagnia teatrale Sud Costa Occidentale. Pluripremiata (due Ubu: per Mpalermu come miglior novità italiana, 2002 e nel 2003 per Carnezzeria), Emma quando parla del suo lavoro lo fa senza salamelecchi, le sue idee esposte in modo diretto e essenziale sembrano stare in un pugno chiuso, in una manciata di qualcosa che sa di operato artigianale. Venerdì 21 aprile, Emma torna a Genova (dopo Carnezzeria, al Duse, dal 30 marzo al 1 aprile, anche se non di persona), con il suo lavoro più recente: Scimia (Biennale di Venezia, 2004), liberamente tratto dal racconto Le zitelle di Tommaso Landolfi, in scena alla Sala Mercato del Teatro Modena, anche sabato 22 aprile, (ore 21).

Come lavora questo fenomeno così amichevole al telefono e così crudele, sapida e verace in scena? «Sono io che propongo l’idea. Arrivo alle prove con un soggetto, una sorta di trattamento cinematografico. Agli attori non dico molto, li faccio improvvisare su tematiche che mi interessano oppure traccio brevemente il movente dei personaggi e della storia. Loro sono molto curiosi e vogliono scoprire chi è l’assassino e con questo gioco andiamo avanti, io a scrivere e loro a interpretare». Loro, sono una decina di elementi tra giovani e meno giovani, sostanzialmente quelli che nel ’99 «hanno creduto nella mia follia», spiega Emma e partecipato al suo laboratorio. «Non erano in molti quelli che hanno accettato di stare a piedi scalzi. Agli attori piace stare comodi, vogliono che tutto coincida, ma il teatro non coincide mai». Il teatro di Emma è un teatro del sacrificio, «ma non - sottolinea lei – quello alla Maria Goretti, ma quello che cerca un tornaconto tra l’impossibilità di fare teatro e il desiderio di farlo, dove l’attore dice “questo è il mio corpo, un campo di battaglia, ci potete mangiare, cagare, fare quello che volete”. E qui si potrebbe equivocare, perché questa disponibilità non significa che loro sono degli esaltati o degli zerbini, no semplicemente sono interessati a fare teatro in un certo modo».

Mi aspettavo una persona più scomoda, meno affabile invece con Emma mi sembra di poter discorrere liberamente, è lei stessa a svelarmi questa falsa aspettativa: «Il teatro mi serve a immaginare una me stessa diversa: una coraggiosa, una che osa e che sa anche essere scorretta. Nella vita sono molto più educata e la cosa mi infastidisce se non ho la possibilità di essere peccatrice». Ecco cosa cerca di fare Emma con il teatro: «cerco il peccato».

Ma forse Emma cerca solo di superare quelle tante coltri e coltrine che ci annebbiano lo sguardo nel benpensare e nel meglio agire, in un tempo in cui le buone maniere sono seppellite da un pezzo, ma qualcuno fa ancora finta che e finisce per essere la parodia di se stesso. Emma gioca con le parole, ma molto anche con il movimento recuperando la primitiva capacità comunicativa dell’umano che sta tra linguaggio del corpo, della parola e dei segni. Parlando di icone religiose, Emma mi spiega il senso di questi elementi nelle sue messeinscena (da Carnezzeria a Vita mia, 2004, fino a Scimia). «Uso molto i simboli, ma li presento svuotati di senso, come la croce vuota, stesa su un letto altrettanto vuoto di Vita mia. È un’iconografia che parte dalla strada, dalla mia terra, rituali che mi stanno intorno, canti della morte e della vita, statue dei santi nei giardinetti pubblici che entrano in maniera anche violenta nei miei lavori. È un gioco a provocarmi e a provocare. I simboli sacri che uso non appartengono realmente al sacro: la croce sono due pezzi di legno montati da un faleganme, le ostie sono quelle che si usano anche per fare i dolci. Quello che faccio è reinventarmi un rito che non ha niente a che fare con l’originale, è una rivisitazione grottesca».

Con Scimia, Emma ha lavorato per la prima volta su un testo non suo, il romanzo di Landolfi, così come le era già successo con Medea. «Sì, ma la tragedia è proprio un genere a parte, un livello a cui nel 2000 non siamo ancora arrivati e quindi non ci resta che rivolgerci ai Greci». Normalmente Emma scrive i suoi testi. Da un soggetto a un canovaccio senza neppure le didascalie (nel 2007 è in uscita da Fazi editore la trilogia palermitana - Mpalermu, Carnezzeria, Vita mia- testi che sta «letteralmente riscrivendo»). Non ama il testo drammatico, preferisce di gran lunga la struttura narrativa, però se parliamo di punti di riferimento cita Samuel Beckett e Harold Pinter. «Scritture che rompono le regole, testi non naturalistici, un teatro scomodo che dice cose che non fanno neanche tanto piacere». A proposito di libri è in uscita a maggio Palermo dentro, una monografia sul teatro di Emma edito da Zona editore e curato da Andrea Porcheddu con interventi di Renato Palazzi, Goffredo Fofi, Cristina Valenti, ecc. (il volume sarà presentato il 6 maggio a Bologna, alla Soffita del DAMS).

Tra le cose da dire nel suo teatro, che forse non faranno piacere a tutti, Emma ha un messaggio speciale per le donne. «Le donne sono degli esseri superiori. Proprio perché sono in grado si farsi sottomettere e essere vittime. Personaggi complessi e non a caso, perché la complessità ha a che fare con la superiorità. Sono dannate e mitologiche. Idiote al punto si essere sante con un contatto diretto con Dio. Le mie donne vengono da un sostrato sociale che le vede struprate, mortificate e messe a tacere; gli viene negato il diritto al piacere e devono solo subire il piacere del maschio.
Nel mio teatro i miei personaggi sono come un branco di cani, questo è il mio popolo sulla scena».

Scimia, liberamente tratto da Le due zitelle, romanzo di Tommaso Landolfi
adattamento teatrale Elena Stancanelli
con Marco Fubini, Gaetano Bruno, Savino Civilleri, Manuela Lo Sicco, Valentina Picello
regia di Emma Dante

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