Magazine Martedì 18 aprile 2006

Le mani addosso

È fermo in città come una statua di piazza; ma si presenta il sole, riesce a convincerli, quel paio di occhi grandi, e parte verso il mare. Il mare di primavera. La risacca da guardare con i piedi, per un pomeriggio almeno finalmente nudi, che sono settimane che prudono di questa urgenza; la memoria del sale, che torna alla pelle. Finché arriva sera, torna il buio delle calze, e bisogna tornare.
Solo una volta in macchina, ci fanno caso: non sono soli. Manco per niente. Coda, in autostrada. L’odore della quiete, dell’olio solare messo per imbrogliarsi sulla stagione, e della focaccia, nell’abitacolo, e la prima sabbia sotto la cintura.

Lei guida, lui è rivolto, e le sue ciglia gli sembrano stanche. Ha la faccia accesa, lui ama il sole che invece lo sfianca. Lei riceve una telefonata; lui a questo proposito prima dice qualcosa e poi tace, e per due volte sbaglia. Il silenzio, come un vetro alzato, come una lavagna graffiata.
Lui reclina il sedile, allora, si torce, passa dietro. Alle spalle di lei, le solleva i capelli oltre il poggiatesta; con le dita inizia adagio a toccarle le spalle, i trapezi, il collo. Il suo collo, che miagola. Auto che sorpassano, passeggeri che spiano. Lei gira lo sguardo allo specchietto, gli occhi di lui vi restano appesi. Come pupazzi. Lei lui si guardano, mentre entrambi guardano avanti.

Le mani di lui, continuano. Prima di una galleria che precede Genova, la polizia. Gli agenti fermano il traffico, lo deviano; uno balza tra le corsie, blocca la loro auto.
Le torce verso gli angoli e contro i visi, i documenti; le carte della merenda che vengono in mano prima della carta di circolazione.
– Scenda, signorina, dice. Hanno ricevuto un allarme, qualcuno ha visto un uomo minacciare una donna alla guida. Lei dice: no. Gli agenti hanno baffi diritti e mitra di traverso, e lei dice grazie, anche. I poliziotti sono gentili, affannati, delusi. Non era un’arma, erano mani che si prendevano cura. Ripartono. Lui è di nuovo al suo fianco. Certo che la polizia è premurosa, pensano. Certo che la gente ha proprio paura di tutto, davvero. Delle carezze, soprattutto.

Matteo Labati

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