Magazine Martedì 18 aprile 2006

Baci e abbracci, Claudia

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Giorno di Pasqua. Sono sola. La prima Pasqua da sola, da quando mi sono separata. E le feste danno sempre un po’ addosso, in questi casi. Non voglio ricordare cosa sono state quelle di Natale. Le rammento come un lontano, brutto sogno. Sììì, ci sono i parenti, i genitori, gli zii che ti invitano in campagna e alle cene e via dicendo, ma in certi momenti proprio non ne hai voglia, e ti rifugeresti sul monte Chissadove perché non c’è verso.
Hai il cosiddetto scazzo e il mondo ti sembra nero. E poi ci si mette il tempo, anche. Ma ti pare? Ieri ero di umore pessimo e non sapevo neanche io perché. Stamattina mi sono svegliata e ce lo avevo chiarissimo. Insomma, anche se la vita va avanti e se incontri belle persone e magari ti innamori di nuovo, le prime feste “da sola”, senza il tuo compagno che pensavi per la vita, ti stanno un po’ strette.

E per fortuna quelle di Natale sono passate. Pasqua è più soft, ma insomma… E allora mi sono detta. Va bene, Pasqua in solitudine, con i miei due gatti. E mi sono chiesta.
Chissà quanti ce ne sono come me, in questo momento. Chissà quanti neo-separati o separandi hanno i benemeriti in giostra perché sentono una strana cosa fastidiosa che si è installata esattamente tra lo stomaco e l’intestino e non la smette di pesare e trapanare. Ma non è un dolore fisico.
È il peso dei giorni passati che ti riempiono la testa e quando nella testa non ci stanno più ecco dirigersi in quel preciso punto verso la pancia. E allora mi verrebbe da urlare: separati di tutto il mondo unitevi. Nelle feste sostenetevi, non state soli. Magari un po’ sì. Il dolore, diciamocelo, bisogna pur affrontarlo. Ma perché dico io, proprio nei giorni di festa mentre il resto del mondo festeggia? E per un attimo avrei voluto avere un grande, enorme casa e invitarli tutti, questi uomini e donne afflitti, soprattutto quelli senza figli, che si aggirano per la città vuota, vanno a comprare il giornale e poi stanno tutto il giorno sul divano a fare zapping con una strana smorfia di plastica sul volto e i piatti da lavare del giorno prima nel lavello. Ecco, dovevo organizzare un pranzo. Ma perché diavolo non ci ho pensato?

Ma a cosa servono le amiche? Grandi amiche, specie quelle separate da poco anche loro. E allora mi telefona la Viola, mica per niente fa la psicologa, e mi dice: Claudia, sei libera? Sì, ho ammesso. Hai qualcosa da mangiare in casa? Ho il coniglio da fare. Sì? E allora fallo e vieni alla Pasqua dei separati. Detta così, ho pensato, niente di più triste. Ma ci sono andata. E la Viola, grande cuoca peraltro, e saggia amica, ha organizzato un pranzo di quelli che ti coccolano. Non mancava niente, oltre al mio coniglio alla ligure, con olive, pinoli e tutto il resto.

Un pranzo appagante con portate saporite e deliziose e per finire un trionfo di cioccolato. Fondente. E anche la compagnia. Ci trovo vecchi amici, vicini di casa insospettabili, pure una compagna di scuola. Eccoli qui, sei o sette neo-separati, ma nessuno a piangersi addosso. Anzi, molti sorrisi complici, alcuni brindisi con un vino sincero, chiacchiere a oltranza fino a che, dopo quell’immensa abbuffata, subentra l’abbiocco.
A quel punto, ci si può salutare e ognuno può tornare a casa sua, ma senza la faccia da urlo di Munch e lo sguardo spiritato. Abbiamo passato due o tre ore in piacevole compagnia. A condividere cose non dette esplicitamente, ma va bene così. D’altra parte io l’ho sempre pensato. Gli altri, quelli che abbiamo vicino e che salutiamo a malapena, possono essere un’incredibile risorsa. Chissà se queste persone le vedrò ancora oppure no. Forse alcune sì. Ma oggi ho rinnovato qualcosa. Il gusto degli altri. Che, una volta che ce l’hai, non lo perdi più.
E allora coraggio, neo-separati e separandi. Queste feste sono finite e le altre, vedrete, saranno migliori.
Casomai si può organizzare un pranzo dalla mia amica Viola.

Claudia Priano

di Daniele Miggino

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