Magazine Giovedì 13 aprile 2006

Hamid: un Gian Burrasca iraniano

In alto la copertina di 'Salam, Maman'

Magazine - Un ingegnere diventò scrittore per raccontare al figlio le sue origini. Arrivato in Italia dal suo paese d’origine, l’Iran, nel 1981 per motivi di salute, Hamid Ziarati, oggi ingegnere, al tempo era solo un ragazzo che in fretta, frequentando la scuola, è diventato cittadino italiano. Ziarati, amante della letteratura fin dalla primissima infanzia e lettore onnivoro, è diventato scrittore per trattenere memoria di riti, tradizioni e ricordi di un’infanzia persiana.
Un ingegnere diventò scrittore e oggi il suo romanzo, Salam, Maman - che l'autore ha scritto in lingua italiana e non persiana - è in libreria per Einaudi e sarà presentato alla Fnac di via XX Settembre martedì 18 aprile 2006 alle 18. A presentare l'autore sarà Laura Guglielmi.

La storia di una famiglia di lavoratori, con quattro figli piccoli e grandi ambizioni per loro, si snoda nello scenario intenso e tormentato della Grande Storia, la Teheran negli anni ’70 sotto un regime dispotico (sotto lo Scià Reza Pahlavi) prima e una democrazia teocratica (Komeini, ayatollah e pasdaran) dopo, passando per una rivoluzione, rogo di libri e Savak (polizia segreta) costata migliaia di giovani vite.

Un esordio che, in verità, ha alle spalle già un racconto di successo, Un giorno da stella cadente, premiato ad un concorso per extra comunitari e pubblicato dalla casa editrice Fara di Santarcangelo di Romagna nel 1995. Già qui il protagonista era l’alter-ego dell’autore: il bambino Alì. «In quel racconto – mi spiega Ziarati – il ragazzino faceva un viaggio in pullman per andare a trovare il nonno e assistere allo spettacolo di metà agosto delle stelle cadenti».
Parla in un perfetto italiano Ziarati; e dire che in molti ancora, al primo incontro, si chiedono se conosca la nostra lingua. Ma Ziarati in Italia, oltre alle scuole (liceo e università al Politecnico di Torino, con dottorato) e agli amici, ha ormai una sua famiglia metà italiana e metà iraniana. Nell’81 la scelta del nostro paese fu dettata dalla presenza del fratello e della sorella medici tra i cervelli già fuggiti dall’Iran. Fu grazie a loro se il seguito fu roseo per il ragazzo Hamid: dall’Iran, in quanto 15enne e quindi appetibile come soldato, poté partire solo a condizione di non avere in tasca neanche un dollaro! In seguito anche il padre e la madre lasciarono l’Iran.

Nelle parole di Ziarati non c’è nostalgia per una terra, ma forte appartenenza ad un popolo e a una cultura. Sembra che il ricordo della stessa possa bastare e addirittura sostituirla. In verità nella sua testimonianza si avverte piuttosto l’urgenza della fuga. In due occasioni infatti tornò a casa, ma in entrambe il ritorno si tramutò in una corsa contro il tempo per svolgere tutte le pratiche che gli permettessero di rientrare in Italia.

Così nel momento in cui, insieme alla moglie, Ziarati aspettava il suo primo figlio, il ricordo, l’appartenenza si sono tradotte in racconto su carta scritto in gran fretta nel modo più classico: «un quaderno e una matita. Ho impiegato quasi due anni – sorride Ziarati mentre ricorda – a ribattere quegli appunti riga per riga su computer. Quando sono ripartito in meno di due mesi ho scritto di getto Salam, Maman. Non è un’architettura studiata quella che si incontra nel libro. Da subito ho sentito l’esigenza di occhi innocenti che raccontassero senza giudicare. E quando scrivevo avevo una vocina che mi narrava le cose. Io scrivevo, ma erano i personaggi a parlare».
Originariamente intitolato L’oscuramento, il romanzo è articolato lungo cinque capitoli di diversa lunghezza e tutti caratterizzati da un incipit-sogno: il sogno di Alì (voce narrante), il sogno della madre (maman Parvez), il sogno della sorella (Parì, gemella di Puyan), il sogno del padre (babà Parvaneh) e una sura del corano, il versetto 81: un monito alle turpi azioni umane sulla terra e relative infernali conseguenze.

Come un piccolo Gian Burrasca, Alì si presenta al lettore con la disarmante ingenuità della sua età. Tra pipì a letto e piatti rotti, la vergogna e la paura dei rimproveri materni, il suo ristretto universo si scontra con quello in corsa degli adulti, dettato da tutt’altre logiche: il lavoro, il rispetto degli orari, le tradizioni e i riti da onorare di cui Alì non comprende ancora la portata e le meccaniche. Così, a fatica, entriamo in un’altra cultura condotti per mano da chi ne sa meno di noi, ma ne è già segnato dall’imprinting originario. Seppure un po’ annoiati dalle molte ripetizioni iniziali, scopriamo dopo le prime pagine che stiamo compiendo lo stesso cammino di apprendimento di Alì, con i suoi tempi, quelli veri di un bambino.
La caratterizzazione stessa del personaggio è costruita in questo modo, per esperienza diretta, una strattonata o un ceffone materno, senza strane sofisticatezze. Le bricconate di Alì e dei suoi fratelli nei preparativi per il Noruz (il capodanno iraniano che coincide con il 21 marzo, l’inizio della primavera) sono la prima via d’accesso dentro una cultura scandita da preghiere e rituali fatti anche di colori, oggetti (l’haftsin il tavolo, le candele colorate, la boule con i pesci rossi), ricette (di pesce) e regali (eidì).

L’intimo mondo e quello pubblico della scuola e della società confluiscono in Alì in riflessioni e avvenimenti, intersecati con naturalezza perché direttamente vissuti. E così le chiacchiere che Alì scambia con i suoi fratelli più grandi, con gli adulti o con qualche suo pari informato-sui-fatti: Babak, sono le fonti per la costruzione dello scenario della storia con la 's' maiuscola. L’immaginario del bambino Alì si confonde con un immaginario e un simbolismo più vasti. «In Iran abbiamo una tradizione letteraria antichissima, fondamentalmente basata sulla poesia. Per cui per noi è normale parlando procedere per metafore, proverbi, citazioni poetiche, rime. Una tradizione che non appartiene solo alla classe alta, ma largamente condivisa e praticata anche da chi non sa leggere, perché orale. È un modo comune per confermare il proprio pensiero o semplicemente quello che stiamo dicendo».

Appassionato lettore di Stefano Benni, ma anche di Daniel Pennac, così come di autori del suo paese (la poetessa Parvin Etesami - 1906-1941), Hedàyat Sàdeq e Samad Behranghi, (autore della fiaba Il pesciolino nero), Ziarati ha concluso un altro romanzo ambientato a Torino che però trova «brutto e non lo farò leggere a nessuno». In progetto, un'altra storia, ancora ambientata in Iran ma concentrata sulla vita di un personaggio e non sulla storia del paese: «una metafora dell'Iran attuale».

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