Magazine Martedì 11 aprile 2006

Baci e abbracci, Claudia

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Allora, vi racconto quello che mi è successo. Ma proprio la verità, come al solito. Il fatto è che è sabato sera e sono in ospedale anziché essere alla festa di certi cari amici, che mi hanno chiamato poco fa e pare se la spassino parecchio. E vi spiego come è andata.

Venerdì mattina ero in casa, sveglia da poco e mi sentivo un po’ strana. Avevo avuto l’influenza e non è che fossi proprio in forma. Anzi, per dirla tutta ero uno straccio. Ad un certo punto comincio a sudare e mi sento debole. Tutto comincia a girare, muri che girano, specchi che girano, libri che girano, la musica diventa un suono vago e lontano. Io che in un attimo afferro la maniglia della porta di casa e la spalanco. Poi più niente.

Mi ritrovo sul ballatoio tra le braccia di una vicina di casa che mi sussurra, tranquilla, ho chiamato il 118. Io le chiedo, che è successo. Niente, mi fa lei, hai avuto un collasso, credo. Le mie gambe sono appoggiate su una sedia e addosso ho una coperta. Ho male alla testa dietro, forse ho preso un colpo, non so. Mi sento tutta fredda e tremo. Sono anche un po’ spaventata, ma il viso dolce della mia vicina mi rassicura molto. Il fatto è che mi sento mancare di nuovo, tutto ciò che sta intorno a me è un vortice ed io mi abbandono.
Mi sorride, benedetta ragazza, e manco so come si chiama. La prima cosa che faccio quando esco è ringraziarla, anche se non so da quale appartamento sia uscita. E poi devo ringraziare i militi della Croce di Castelletto, uno in particolare che si chiama Maurizio, che mi ha rassicurata tutto il tempo, da quando mi ha raccolta dal ballatoio, fino a quando siamo scesi dall’ambulanza. Pressione troppo bassa, hanno detto. Mi hanno infilata sul mezzo e via come schegge, in mezzo al traffico, a sirene spiegate. In men che non si dica mi hanno ricoverata e mi sono lasciata andare alle coccole dei dottori e degli infermieri.

E ora mi ritrovo in questa corsia, in mezzo a gente che sta male sul serio, perché pare che io non abbia niente di grave, grazie al cielo. Forse la febbre troppo alta, l’influenza che non ti fa mangiare, insomma mi hanno trattenuta per fare un paio di esami e spero di andare a casa presto. Il fatto è che mi domando cosa c’entri questo episodio in questo momento della mia vita, molto particolare. Perché mi trovo qui. Dicono che nulla succede per caso.

Forse avevo bisogno di fermarmi un momento? Di riflettere su quello che mi stava succedendo? Non lo so. Mi ritrovo in questa notte a scrivere mentre la mia vicina ogni tanto si sveglia e si lamenta, la notte scorsa l’abbiamo fatta in bianco perché aveva paura di cadere nel vuoto. E tutti, io, gli infermieri, la Wilma, l’altra simpatica vicina di letto, a dirgli Gina, guarda che non è vero, guarda che mica stai cadendo nel vuoto. Hai pure le sbarre al letto.

Ma lei niente. Non c’era modo di convincerla. E allora mi sono fermata lì a parlarle, a raccontarle una favola come si fa con i bambini, anche se la Gina non è più bambina da tanti e tanti anni. E lei mi guardava con quei suoi grandi occhi verdi pieni di paura. Mi sembravano gli occhi sbarrati di mio nipote quando la notte dice che ha paura del buio e non c’è verso di farlo smettere di piangere. La Gina è così. E allora siamo state vicine per un po’, e lei ha lasciato scivolare via il suo delirio, piano piano, lentamente e si è lasciata cullare dalla mia voce.

Ho cercato di essere per lei la mia vicina di casa, il milite della croce che sull’ambulanza mi parlava, tutte le persone gentili che ho trovato in questa corsia. Guardate, mica ho voglia di fare del buonismo. Lungi da me. È che certe volte ti capitano delle cose e tu devi coglierle al volo, perché possono essere preziose. Ti fanno un po’ riflettere. Tutto lì.

Stasera alla Gina le hanno dato un sedativo, ma ogni tanto si sveglia e borbotta qualcosa. La Gina è svalvolata, ma se ne rende conto e ogni tanto ripete, cosa è successo alla mia testa? E ha paura. Soprattutto di notte. Di giorno parla serena e ti dice che fino a un po’ di tempo fa andava in giro in bicicletta e che ha una casa in Riviera vicino ai suoi figli.
E si fanno delle chiacchiere, anche con la Wilma, la terza ospite della stanza, che dice di essere un po’ depressa, ma che ride che sembra Eddie Murphy, e ci racconta della sua storia d’amore nata in corsia tra lei e un vecchio notaio. Un tizio che ci aveva la fissa del sesso, dice lei, ottant’anni suonati. Pare le chiedesse in continuazione di andare a fare pipì insieme. Ma io mica ci andavo, precisa la Wilma. Ed io non so se crederle. Ma intanto ridiamo. E in questo momento mi pare quello che conta.

Claudia Priano

di Daniele Miggino

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