Magazine Giovedì 6 aprile 2006

Dietro le quinte di un libro

Nella foto: Stefano Tettamanti ritratto da Gianni Ansaldi
© Gianni Ansaldi - www.ansaldi.it
Genova. Per i profani un libro viene alla luce perché qualcuno lo scrive e qualcun altro lo pubblica; e poi lo trovate in libreria. Stop.
La faccenda non è così semplice: servono comunque uno scrittore e un editore, ma c’è tutta una serie di competenze che contribuiscono alla pubblicazione di un’opera, le quali stanno un po’ dietro le quinte e non sono note al pubblico. Gli agenti letterari sono una parte essenziale del mondo editoriale contemporaneo. Per questo abbiamo pensato di intervistare Stefano Tettamanti - genovese doc, milanese per lavoro, amante del viaggio e della gastronomia (passioni che cerca di fondere nella rubrica Cavoli a merenda, tutti i venerdì sull'edizione genovese di Repubblica - che dirige insieme a Laura Grandi la .

Dopo esser stato libraio, aver lavorato per anni nelle case editrici genovesi e Costa & Nolan, Stefano ha creato un’agenzia tra le maggiori d’Italia, con oltre cento autori rappresentati tra cui Sandrone Dazieri, Valerio Massimo Manfredi, Luciano De Crescenzo, Valerio Evangelisti, , Irene Bignardi, e i genovesi , , . Oltre a questo l'agenzia propone anche attività di editing, ufficio stampa e traduzioni.

Chi immagina l’agente letterario come una specie di cacciatore di libri, di Indiana Jones alla ricerca dell’autore perduto, di 007 dell’editoria, metta da parte il romanticismo: «È uno che fa contratti - dice Stefano - per usare la parole di Erich Linder. È stato lui ad introdurre in Italia questo mestiere (per saperne di più leggete il libro L'agente (segreto) letterario da Erich Linder a oggi a cura della Fondazione Mondadori n.d.r.), e per tantissimo tempo è stato l’unico. Negli ultimi anni il panorama editoriale è cambiato molto, ma la definizione è ancora valida».

In pratica cosa fate?
«Assistiamo l’autore nella formalizzazione dei rapporti con l'editore, ma non solo. Ci occupiamo dei suoi diritti anche all’estero o nel cinema. I contratti in questo settore sono spesso complicatissimi: penso, per esempio, alla riduzione di un libro per il grande schermo».

Insomma, gli agenti evitano un bel po’ di grattacapi a chi spera di passar la sua vita a scrivere, non a leggere clausole. Ma il rapporto non si esaurisce a questo:
«Di un libro bisogna iniziare ad occuparsi ancora prima che venga scritto - continua Stefano – dalla stesura alla confezione, fino alla vendita e alla promozione. Un tempo il punto di riferimento dello scrittore era la casa editrice, ma oggi sono strutture immense e dispersive: gli autori trovano più appoggio nelle agenzie».

Non fate attività di scouting?
«Un’agenzia non può rappresentare bene troppi autori. Certo ogni tanto ci sono delle new entry».

I nuovi come arrivano?
«Non c’è un metodo preciso. Oggi non esiste più la cosiddetta "società letteraria", ma le dritte sì: possono venire da un nostro autore, o da altri. In ogni caso, se uno scrittore non mi piace non lo seguo».

La Grandi & Associati offre anche un servizio di valutazione per aspiranti scrittori. Abbiamo saputo che c’è un requisito fondamentale…
«Sì, è un servizio a pagamento che offriamo a tutti, non c'entra nulla con il lavoro di rappresentanza che facciamo per gli autori. Semplicemente aiutiamo chi ha un libro nel cassetto ed ha bisogno di un parere professionale, oppure chi vuole migliorare la propria scrittura.
Quando arrivano da noi la prima cosa che chiedo è quale libro stanno leggendo. Beh, capita che qualcuno risponda, persino un po’ stupito, che lui non legge, scrive e basta. Per me è una sorta di cartina al tornasole, anche perché credo che sia più creativa la lettura della scrittura».
Prendete nota, per non essere bocciati ancora prima di iniziare.

Quali sono gli aspetti positivi, quelli negativi e i rischi del tuo lavoro?
«Quello che faccio mi dà la possibilità di vedere tutto l’itinerario di un libro, di avere una visione ampia dell'editoria. E non farei questo mestiere se non mi piacesse in toto. Il rischio è quello di non accorgersi di avere in mano un capolavoro. Ma succede raramente».

Cosa pensi del panorama letterario genovese?
«Stiamo assistendo a una fioritura che forse Genova non ha mai conosciuto. Tempo fa c’era solo , che rimane il maestro assoluto; ma negli ultimi anni sono usciti anche autori come Licalzi, Paglieri, , Giacobbe, lo stesso Morchio (con Bacci Pagano n.d.r.). Inoltre, sono prossimi all'esordio , Stefano Conti e Francesco Manzitti».

C’è uno scrittore tra quelli che rappresenti cui sei più affezionato?
«Questa è una domanda cui cerchiamo di non rispondere mai. Ma se proprio devo dirti un nome, è Aldo Buzzi (ha scritto, tra l’altro, de L’uovo alla kok (Adelphi, 2002, p.154) n.d.r.). Sta per compiere 96 anni e secondo me è uno dei migliori autori italiani. In questi giorni esce per Ponte alle grazie un suo piccolissimo libro; s'intitola Parliamo d'altro, ed è un racconto lungo sul tema della vecchiaia».

Quali tendenze prevedi sulla scena italiana?
«Probabilmente il filone thriller/noir, che ha monopolizzato le novità negli ultimi anni, si sta per esaurire. Credo che le cose più interessanti verranno dagli autori che mischiano stili e soprattutto linguaggi diversi: cinema, libri e altro».

Che valore hanno in proporzione copertina, titolo e testo in un libro?
«Continuo a credere che le parole contino più delle immagini. Altrimenti si potrebbero creare i best seller a tavolino, cosa che viene smentita regolarmente dai fatti. Gli ultimi successi italiani – da a , fino a Piperno - hanno stupito i loro stessi editori. Per il resto, il titolo conta più della copertina».

Recentemente mentelocale.it ha ospitato una piccola bagarre sui blog. A , ci ha confessato che preferirebbe la gente leggesse invece che tenere diari online. Apriti cielo, i bloggers sono esplosi. Tu che ne pensi? Internet fa paura alla galassia Gutenberg?
«Non credo ci sia contrasto, sono due strumenti diversi. Sono d’accordo con Sanguineti sul tema della lettura, ma non credo che una cosa cannibalizzi l’altra. Anzi, molti scrittori hanno aperto un blog, e forse questo ha contribuito a far parlare dei loro libri».
di Daniele Miggino

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