Weekend Magazine Giovedì 6 aprile 2006

Sulle vie dell'acqua con il canyoning

Nella foto sopra la Val d'Ossola nell'alto Piemonte. Sotto Roberto "in volo"
© Gianfranco Gnecchi

Magazine - Prima di tutto due rapidi riferimenti. Cosa è il canyoning (o torrentismo), visto che non è una cosa così immediata. Spesso lo si confonde con il rafting, la discesa in gommone lungo i fiumi e invece è qualcosa di molto diverso. C'è sempre l'acqua di mezzo, però. Si tratta di una disciplina sportiva che prevede la discesa lungo impervi tratti di torrenti montani fra cascate, scivoli naturali e pozze, impiegando talvolta tecniche alpinistiche. Da noi si sta affermando solo recentemente, mentre nella vicina Francia è ormai ben radicato.

Ho parlato un po' di torrentismo con Roberto Schenone, 37 anni, un lavoro in una società di assicurazioni ma una grande passione per questo sport. Da diversi anni è istruttore e non perde occasione per sperimentare, anche all'estero, nuovi approcci al torrentismo. «Di quello che vuoi, ma non che è uno sport estremo - esordisce. È un titolo che ci appioppano sempre, quando invece il torrentismo non è nulla di profondamente diverso dall'arrampicata sportiva o dell'alpinismo».
In effetti è un'attività più tecnico-contemplativa che adrenalinica, anche se è richiesta una certa dose di coraggio.

Prima domanda d'obbligo: quando hai incominciato?
«Nel 1991, davvero per caso. Ero già affascinato dall'alpinismo, pur praticando solo l'arrampicata in falesia, o escursioni in montagna su sentieri molto semplici. Poi ho scoperto questa formula, all'epoca quasi sconosciuta in Italia. All'inizio andavamo in costume... roba da morire dal freddo! Ora la tenuta standard prevede muta, scarpine, un caschetto e un'imbracatura. Niente di complesso, insomma»

Beh, calarsi con una fune lungo uno scivolo di roccia di 40 metri di una cascata non è proprio per tutti...
«È vero, in alcuni passaggi la paura dell'altezza gioca un ruolo importante. Ma ci si abitua in fretta. Anche io a inizio stagione, in primavera, sono un po' legato. Poi comincio a muovermi più serenamente.
Ammetto che un certo di spirito di adattamento sia molto utile, bisogna ricordarsi che si opera in un ambiente abbastanza ostile, scivoloso, bagnato, inaccessibile e spesso anche freddo».

Hai mai avuto problemi?
«Niente di grave. Solo piccoli urti. Una volta siamo arrivati in fondo al percorso di notte: davvero niente di traumatico. Dopo un inizio un po' scapestrato ci siamo molto tranquillizzati. E poi si va sempre almeno in quattro, in modo da avere ampio supporto in caso di infortuni, peraltro molto rari. A dire il vero tutte le volte che capita qualcosa ad un torrentista è perché si commettono delle imprudenze, come scendere con cattivo tempo o temporali, esponendosi ai pericoli delle piene lungo il torrente».

Quali sono i posti migliori e le esperienze più belle che hai fatto?
«In zona abbiamo due località davvero adatte al torrentismo: la Val Lerone, nel Parco del Beigua, dietro Arenzano, e la Val Nervia, ad Imperia. In Italia sono straordinari il Friuli Orientale, con l'area della Carnia e la Val d'Ossola, nell'estremo Nord del Piemonte. Ti dirò che l'esplorazione di nuove percorsi è la cosa più emozionante.
A volte si prendono dei bidoni, ma quando scopri un torrente immacolato sei davvero soddisfatto. Alla fine, anche se ho fatto discese in posti splendidi, come l'isola di Reunion e la Provenza, devo ammettere che tra i nostri torrenti ci sono alcuni dei percorsi più belli e difficili del mondo».

Cosa può fare chi vuole incominciare?
«L'approccio migliore è appoggiarsi ad un gruppo di amici più esperti o mettersi in contatto con l' per i corsi e iniziative. Il 10 aprile 2006, in collaborazione con il e il , presso la sede del CAI di Galleria Mazzini, alle ore 21 si terrà la presentazione dei corsi che abbiamo preparato per questa primavera, con la proiezione di immagini e filmati».

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