Gli amuleti degli A12 - Magazine

Mostre Magazine Venerdì 31 marzo 2006

Gli amuleti degli A12

Nelle immagini due dei lavori in mostra: in alto la sezione di parete; in basso la camicia di debolezza

Magazine - Genova. Il vuoto fa paura. Tanta quando per la prima volta ci si tuffa da uno scoglio molto alto e solo all’impatto con l’acqua ci si sente salvi. E tantissima di notte quando l’incubo si presenta pressappoco come al personaggio (fumetto conosciuto anche come La linea, di Osvaldo Cavandoli), in un’improvvisa assenza di materia sotto i piedi. Il risultato momentaneo e liberatorio è sempre un grido. Ma quando la paura del troppo vuoto o del troppo pieno si fa fobia? Per esempio in un ambiente urbano alienante o eccessivamente affollato?

Gli , gruppo di ci hanno riflettuto su, e in modo del tutto originale (ispirandosi al filosofo Blaise Pascal, in quanto «illustre fobico spaziale») intorno a paure e fobie legate allo spazio e alla sua assenza, hanno creato sette amuleti, in mostra alla galleria Pinksummer (Palazzo Ducale – Genova), dal 31 marzo al 20 maggio 2006, sotto il titolo Heebies – Jeebies. Me li racconta Nicoletta Artuso, esponente di un collettivo che dopo una fase iniziale in dodici, consta oggi di 6 rappresentanti: Andrea Balestrero, Gianandrea Barreca, Antonella Bruzzese, Maddalena De Ferrari, Massimiliano Marchica.

«1.Una clessidra con polvere colorata per chi ha paura di perdersi come Pollicino. 2.Una sezione di parete, rappresentata in maniera il più domestico e rassicurante possibile con una carta da parati a righe. 3.Una camicia di debolezza da indossare in due contemporaneamente per non essere mai soli. 4.Un correttore di grate realizzato con piastrelle di ceramica per chi le teme ogni volta che le incontra per la strada. 5.Un bracciale-rosario con targhette di metallo su cui sono stampate immagini di edifici, come la Tour Eiffel, che possono suscitare angoscia. 6.Un metro-multiplo realizzato con metri di legno da carpentiere da utilizzare per poter ricondurre a ragione ogni dimensione. 7.Il settimo è un laser, strumento usato nell’edilizia per tracciature orizzontali e verticali quando si fanno le quote, anche questo ha una funzione di regolarizzazione dello spazio circostante che riconduca a elementi noti e rassicuranti».

C’è del comico ovviamente in tutto questo. Una parodia, che non scade mai nella sottovalutazione o derisione rispetto alle paure legate alla percezione individuale dello spazio, anche perché come sottolinea Nicoletta «di fobia, ognuno ha la sua forma». In verità questa attenzione alle angosce e al panico d’ambiente, che gli A12 hanno ricondotto «ai malesseri di origine psicologica legati allo spazio» associandoli all’espressione idiomatica inglese «heebies-jeebies» (ansia, disagio psicologico), è un piccolo pretesto che il collettivo ha sfruttato per fare quello che agli architetti piace di più: indagare il tema dello spazio in generale. «Lo spazio ha caratteri suoi propri, una sua autonomia specifica, ma non si può che leggere e interpretare in relazione a chi lo usa, lo abita, lo percepisce.
I sette oggetti che abbiamo realizzato – continua Nicoletta – non riguardano solo il vuoto. Sono 7 piccoli dispositivi, strumenti per esorcizzare diverse tipologie di paure. E a guidarci è stato senz’altro l’aspetto ludico, anche se siamo perfettamente consapevoli della responsabilità dell’architettura nel far star bene o male le persone».

Gli A12 hanno un approccio ormai riconoscibile da chi li segue (per farsi un’idea del loro lavoro si può leggere l’ in occasione della loro prima mostra a Genova 11.12.1972, un sul labirinto costruito al Kroller-Muller Museum di Otterlo (Olanda) e l’articolo sulla realizzazione di una casa in Svezia con lo storico tavolino ). «Cerchiamo di domandarci – afferma Nicoletta – che genere di spazio stiamo costruendo e per che genere di fruitori. Dentro lo spazio curiamo l’aspetto della percezione e certo cerchiamo di capire come ci si sta dentro. Essendo in tanti alla fine di ogni progetto confluiscono diverse sensibilità che però ci interessano di più degli intenti estetici, manieristici o puramente architettonici».

In qualche modo, la nuova proposta parla anche di una certa evoluzione del gruppo di artisti che, proprio con le Pinksummer ha affrontato il suo progettare sulla scala e in base alle esigenze di una galleria. «Una realtà che all’inizio conoscevamo molto poco e su cui abbiamo riflettuto a lungo prima di deciderci. Con la galleria, ci si è aperto un mondo ed è stato uno stimolo reciproco. Avendo esigenze di vendita infatti, ci ha posto di fronte alla necessità di produrre qualcosa che restasse e che fino a , non si era mai tradotta in un oggetto o in qualcosa di commercializzabile. Uno sforzo che all’inizio abbiamo vissuto come un po’ innaturale, poi invece è diventato stimolante e ci è servito a fare un lavoro di sintesi».

E la rete, internet, non fa spesso l’effetto di un troppo pieno o di un profondissimo e fagocitante vuoto? «Con il nostro lavoro online abbiamo affrontato la questione in parte, proponendo un archivio dinamico con funzione di glossario che descrivesse città o nuovi spazi urbani con definizioni, fonti, bibliografia, e altri link attinenti. Ha avuto un’espansione fino a un certo punto, poi la crescita si è stabilizzata».


Heebies-jeebies
31 marzo – 20 maggio 2006
Email
@ Pinksummer

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