Il Beckett del Teatrino Giullare - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Giovedì 30 marzo 2006

Il Beckett del Teatrino Giullare

Foto di scena di Chiara Sbrana, tratte dal volume 'Giocando finale di partita. Teatrino Giullare', (Titivillus, 2006)
© Chiara Sbrana

Magazine - Genova.
La prima rappresentazione di “Finale di Partita” (Endgame) in Inghilterra fu in francese, in cartellone con il titolo originale “Fin de partie” al Royal Court Theatre di Londra, il 3 aprile del 1957, per la regia di Roger Blin.
Recita così la nota all’edizione inglese di Endgame (Faber&Faber) raccontando in sintesi l’intensa e sofferta storia bilingue di tutta la scrittura di Samuel Beckett (1906-1989), Nobel per la letteratura nel 1969, di cui ricorre quest'anno il centenario dalla nascita.

Sono moltissimi i lavori nati in francese: da En attendant Godot, ai romanzi Molloy, Malone meurt, L’innomable ma anche le novelle come Premier amour, e molti racconti (Assez/Enough; Bing/Ping; Sans/Lessness) e dramaticules, di cui poi Beckett si preoccupò – spesso ancora in corso di redazione dei testi e con non poca fatica come scrisse agli amici - anche della loro traduzione in inglese (o viceversa). Di questa realtà bilingue si è parlato a tratti. Ora l’argomento è sempre più frequentato dagli studiosi beckettiani, eppure l’attenzione a questa natura bilingue resta ancora molto scarsa e ognuno si avvale dell’una o dell’altra versione a seconda delle competenze, senza cogliere quindi nelle singole opere il raddoppio del potere significante dei vocaboli scelti.
Il invece non si è risparmiato affatto e proprio dal bilinguismo è partito e nel bi/plurilinguismo (il lavoro è rappresentato in italiano, francese e inglese) ha concluso il suo percorso dentro la scrittura beckettiana per mettere in scena Finale di partita, in un allestimento da scacchiera per pedine e due giocatori in visita al Teatro della Tosse fino a sabato 1 aprile 2006.

La compagnia bolognese il , i cui componenti preferiscono restare anonimi, ci presenta una creazione artigianale affascinante e poetica.
Un tavolino da scacchi, con i suoi riquadri bianchi e grigi, due grandi pedine di legno: Clov, costretto a stare in piedi e mezzo cieco e Hamm seduto sulla sua sedia a rotelle e del tutto privo della vista. Sul lato della scacchiera, quello verso il pubblico, due piccoli bidoni di latta con dentro altre due figurine: Nell e Nagg, madre e padre di Hamm altrettanto infermi. Ormai poco più di scheletri-scarti (vedi immagine sopra) per cui Hamm invoca i netturbini.
Sui lati, in alto, due riquadri di legno, che Clov raggiungerà con una scala a pioli su misura, sono le finestre l’una verso il mare, l’altra verso la terra deserta. Al tavolino siedono Giulia ed Enrico (i nomi del Teatrino Giullare, che si evincono dalla bella pubblicazione bilingue – italiano/inglese - corredata di intervista agli artisti, bozzetti e foto dello spettacolo, appena edita dalla pisana , Giocando finale di partita. Teatrino Giullare), vestiti di scuro con cappello, guanti e maschere, danno voce e movimento alle figurine di legno, sotto una luce calda e centrale, in una raffinata e ritmica partitura per voci, suoni, rumori, bracciae mani.
I Mangiafuoco di turno contribuiscono alla costruzione dei persoanggi e della storia non solo mettendo in moto le pedine, e recitandone verbalmente la parte, ma producendosi in gesti atti a determinare il tempo del racconto (che un po' ricorddano proprio le mosse degli scacchi) e dando spessore e anima, con il loro corpo, agli sbuffi e ai tremiti che il legno, seppur articolato come i migliori burattini, non può realizzare.

«Che tenerezza», esclama all’improvviso una signora tra il pubblico, proponendo una sua lettura del testo nient’affatto avulsa dalla scena.
Hamm e Clov, padrone e servo, reclusi nella casa-rifugio insieme a Nell e Nagg sembrano essere gli ultimi superstiti della specie umana, ma quello che si consuma tra di loro è il rito della vita, tra solitudine e nostalgia di una qualche forma di compagnia e, perché no, narcisismo all’interno anche solo di una piccola comunità.
E allora la tenerezza nasce dalle battute di Nell a Nagg «è l’ora di scopare?», compagni di una vita e ancora l’uno accanto all’altra senza potersi neppure baciare: «Baciami», dice Nagg. «Non possiamo», risponde Nell. «Proviamo», insiste Nagg e entrambi si sporgono il più possibile dai loro bidoni per raggiungersi. Un rito commovente che con altri toni si consuma anche tra Hamm e Clov. Fino al finale quando il silenzio di Clov vale più di mille parole per Hamm, mentre noi lo vediamo già pronto con valigia e sciarpa (vedi immagine sotto).

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin