E adesso vediamo come te la cavi - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 22 marzo 2006

E adesso vediamo come te la cavi

In alto Roberta Bosetti e sullo sfondo Renato Cuocolo, in basso ancora Roberta

Magazine - Genova. Entro nella Stanza 3, ma non ho ancora capito cosa mi aspetta e, soprattutto, ingenuamente ignoro quello che sarà di me nella Stanza 6: un profondo disagio, la voglia di scappare, la sensazione che qui si fa teatro, ma altrove situazioni come questa sono richieste e costose e implicano un’altra forma di intrattenimento. Tra fiction e realtà, l'illusione diventa vera.
Sono la benvenuta a Private Eye, l’ultimo lavoro dell’ , di Renato Cuocolo e Roberta Bosetti, in scena nelle stanze della Locanda di Palazzo Cicala (piazza San Lorenzo) per la programmazione del Teatro della Tosse, fino a sabato 8 aprile 2006. Beware!: Si entra uno alla volta. Solo su appuntamento (010 2470793).

Stanza 3: lui è seduto sul letto. Mi dice: «Accomodati, questa è la mia stanza...». Lui è Renato Cuocolo e sembra volermi raccontare di come è iniziato tutto questo, inteso come progetto teatrale. Lo ascolto, un po’ tesa sulla mia poltrocina, troppo accostata al suo letto. Parla con fare troppo calmo, suadente: di lui, di lei, del loro rapporto. Mi muovo cercando una posizione più comoda, mi sento osservata, vorrei poter mostrare sicurezza e non questa faccia un po’ rigida, che annuisce obbediente lungo il racconto.
Mi fa qualche domanda. Rispondo. Prima più sinteticamente, poi tento anche di rilanciare, un po’ timida. Il racconto si sposta verso la scrivania: ora guardiamo un video e lui, allora, mi parla delle sue perplessità sul comportamento della moglie. «In fondo quello che stiamo guardando – mi dice Roberto – è teatro, non trovi? Lei è perfettamente al corrente che questo materiale è destinato a me, quindi il vestito che indossa diventa subito un costume, e questi particolari della stanza (un po’ sadomaso, no?) non sono che la scenografia, non credi?». La tensione si riaccende. Fino a che punto mi vuole coinvolgere? Ma poi, nel video, una porta si chiude e lui mi licenzia gentilmente, chiedendomi di andare giù da Roberta B. e di portarle «questa chiave».

Stanza 6: è in fondo a una piccola e stretta scala, ma la porta è grande. Non so se sentirmi come Alice nel Paese delle Meraviglie o Laura in , poco prima di incontrare il nano. Tento di aprire la porta. Non busso, credo di essere attesa, in fondo mi manda il marito. La porta non si apre. Entrare diventa un’urgenza. Riprovo. Guardo la chiave che ho in mano e penso di usarla. Giusto! C’è un salottino che fa da anticamera - Renato C. me l’aveva detto - lo supero piuttosto spedita, come da sue indicazioni.
«Chi ti ha insegnato a entrare così nella camera degli altri? Non potevi bussare? Chi sei? Come ti chiami?». È tutto improvviso, violento, respingente. Eppure vanto il diritto d’ingresso di fronte a Roberta B., vestita dello stesso costume del video. Sostengo il suo sguardo. Sfido il suo fare aggressivo. L’imbarazzo cresce, simulo serenità e un sorriso che esce storto. L’ho fatta grossa e mi sento come una bambina sgridata, ma anche finita in trappola.

Roberta continua nel suo tono freddo e scostante, insiste a rimproverarmi e la mia figura non sa più dove nascondersi. Restiamo a lungo in piedi l’una di fronte all’altra, in silenzio. Gli occhi fissi negli occhi. Torno a chiudere la porta, ho mentito (volutamente) di non averla chiusa bene, così ho un attimo tutto per me nel salottino per ricompormi. Non chiudo a chiave come mi ha chiesto, apro e richiudo silenziosamente. Chissà come sono goffa vista da fuori. Rientro nel calvario e ingoio la saliva e un lungo sospiro di coraggio. Roberta B. ha deciso di accettarmi: mi offre da bere e mi consiglia di buttar giù quel dito di whisky, ché mi farà bene.
Mi ha fatto accomodare nella stessa poltroncina, troppo piccola per chi si sente oppresso, troppo vicina al letto e a un’intimità che non ho chiesto. Non ho mai desiderato guardare dal buco della serratura, non ho mai fatto la spia, non ho mai frugato nei cassetti di qualcun altro e qui il gioco per me si fa davvero duro, perché è su questo tipo di esperienze che si basa. «Raccontami una storia», balbetto ridicola, di fronte a questa esile donna bionda in nero. «Forse ti sei sentita abbandonata?», abbozzo coraggiosa, trascinata dal suo racconto. «Ma che ne sai tu di me?», dice lei sprezzante.
Non ho il coraggio di guardare l’orologio, so che lo spettacolo dura 45 minuti in tutto, ma qui mi sembra di essere in gabbia da ore. «Togliti le scarpe, ci stendiamo sul letto», faccio una smorfia disubbidiente, lei è di spalle, ma l’avverte. «Dai su», esorta togliendosi a sua volta gli stivali. Sul letto stesa accanto a lei, infine mi rilasso. Mi racconta un incubo, io non replico. È piacevole, forse mi sono arresa. Poi, con una certa fretta, mi chiede di rivestirmi e mi fa cenno di far presto e di nascondermi nell’armadio. Qui comincia tutta un’altra storia: lei si trasforma dentro e fuori. È quell’altra che io non ho conosciuto, la guardo e mi lascio coinvolgere dal nuovo racconto. Ora, sicura nel mio rifugio, protetta e al buio, sono di nuovo a teatro e guardo cosa avviene sul palco. Poi le stringo la mano forte come a una cara amica che non vorrei dover lasciare.

Renato Cuocolo e Roberta Bosetti affermano, in una dichiarazione quasi programmatica, sul loro fare teatro: «Ci sono molti modi di interpretare il luogo del teatro. Uno reale, fatto di mattoni e rossi sipari e posti numerati, uno immaginario pieno di giustapposizioni politiche e incontri psicologici. Quest’ultimo approccio ci ha spinti, letteralmente, dai teatri alle case private, alle strade delle città, nelle gallerie d’arte, e ora nelle camere d’albergo, per cercare di ricreare quel genere di opera d’arte che ci trasforma in testimoni e, soprattutto ci lascia incapaci di smettere di pensare, parlare, raccontare quello che abbiamo visto».

È il giorno dopo e ancora trovo ogni scusa per raccontare ciò che ho vissuto, più che visto. E dire che forse l'avrei perso!

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin