Magazine Martedì 21 marzo 2006

Lettera alla Primavera

Magazine - Qualsiasi cosa, anche la tessera di un supermercato, per sentirmi meno solo.
Mentre la solitudine è un numero verde, invece. Chiamarla, anche a domicilio, è gratis.
Sta piovendo. Forte. Non lo so, se è lo stesso anche intorno a te. Siamo lontani abbastanza perché la pioggia si perda per strada. Il cielo non è che un monolocale, eppure ad ingombrare ci devono essere dei paravento, che non si vedono ma interrompono.
Sarebbe divertente, allora, trovarlo, il punto nel quale la spalla sinistra si bagna ancora, e la destra non più. Indovinare la giurisdizione, di questa pioggia. E fregarsene, poi: in bilico sul confine, mettersi ad equilibrare un bacio. Danzarlo. L’anima ha un calibro, e si misura dalle labbra, quello, con la morsa di un bacio.

Credimi, hai più motivo tu di me, di esibire un porto d’armi. Lo ho sempre saputo: la bellezza dei tuoi seni è decisa dalla bellezza del tuo cuore.
È la prima mattina di Primavera. È il compleanno di mia madre. Io ho sempre trovato difficile crederlo. Sembrava un accumulo di cariche, o che so io.
Questa notte ho chiuso spesso le pagine in faccia a Sylvia Plath, e mi sono distratto. Con Internet a disposizione tutto il tempo, è gioco facile, perdere tempo. Se scrivi “depressione”, per esempio, e apri la ricerca, i risultati sono innumerevoli. Anche per le malattie, si sa, è previsto il pret-à-porter; la depressione, poi, è come la minigonna, torna sempre di moda. E, lasciamelo dire, quanto ti stanno bene addosso, entrambe. Accidenti: ogni volta che ti copri le gambe, ti rendi responsabile di un’eclissi. Dovresti invece lasciarmi appenderti un bacio alle caviglie, come uno sperone.

Comunque: ci sono dei questionari, sulla depressione, che è possibile compilare on-line: l’ho fatto, e risulterei affetto secondo tutti. Non ho sprecato il mio tempo, insomma.
Ma forse io non sono altro che romantico. Patologia non meno imbarazzante, d’altra parte. Capita, è vero: il dolore frantuma il mio sguardo come la pioggia lo specchio di una pozzanghera; ma non sono altro, io lo so, che ascessi di solitudine. Balorde fitte di assenza. Tu che sei la mia allegria. I miei globuli allegri.
Hanno riparato la macchina del caffè. Ieri notte non funzionava, e sentivo forte il sonno. Sono un guardiano notturno, e un animale ghiotto di suggestioni. Del caffè nella carta, il bello è chiudere il bicchiere nel pugno, una volta bevuto.
Il caffè appallottolato; un gesto di infinitesima, struggente, esistenza in vita.

All’ultimo collega che rientra a consegnare la macchina, chiedo sempre di portarmi il giornale. Mi informo, mi indigno, e di entrambe le possibilità mi dimentico poi. Leggere il giornale con la data a proposito mi serve come appunto del fatto che, contro ogni evidenza, permango vivo. La rassicurazione, che contiene una minaccia, dei rapitori che passano la foto del rapito con il quotidiano del giorno in corso retto sotto il mento irsuto di cattività.
Per questo, credo, sono così restio a disfarmi dei giornali vecchi. Il loro cumulo sulla sedia, la mia confessione di avere vissuto. Non posso che essere vivo, mi pare, se sto lì a (r)accogliere polvere.
Altro che.

Ps: Abbracciarti fitto, nuda, viva come un vulcano, e diventare ricco del tuo odore.
Ti voglio un bene d’inferno.

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