Magazine Martedì 21 marzo 2006

Baci e abbracci, Claudia

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Ci alziamo e scappiamo con la tazzina del caffè, neanche un biscotto perché è tardi. Corriamo. Lavoriamo mangiamo e poi corriamo ancora, sempre. Ci inventiamo talvolta degli spazi che ci costano cari perché incastrarli tra tutto il resto è una fatica di quelle. E poi ci costano anche dei soldi, perché non dirlo. Ad esempio oggi. È stata una dannata giornata frenetica. Sempre di corsa. Un po’ come tornare ai vecchi tempi, quando seguivo quei ritmi impossibili. Per non fermarmi mai. Allora pensavo, chi si ferma è perduto.

Ma ho cambiato idea. Ogni tanto mi fermo eccome. E va meglio. E sono qui, nella mia casetta, a godermi un CD di Joshua Redman, mentre in sottofondo c’è il tipo senegalese che sta di sopra, Sheik, che fa musica con i suoi amici. Mi intrippo. Sono forti. Quasi quasi abbasso il Redman, che tanto me lo sento tutte le volte che voglio, e ascolto loro, che stasera sono fantastici. Mi sa che appena finisco di scrivere e mangiare, faccio un salto su, con una bottiglia di vino, a godermi la serata. Con loro non c’è bisogno di inviti formali e complimenti. Cordialità e gentilezza, sì, proprio di questa dovrei parlare ripensando a quanto mi è successo oggi. Con i signori della banca.

Proprio loro. Verso le dodici e mezza sono andata per ritirare due soldi e per chiedere il saldo del mio povero conto che langue dalla nascita. Non c'era praticamente nessuno, e ho pensato, va bene, mi fermo, dai che questa è la volta buona, in cinque minuti sono fuori e me ne vado a yoga. La mia lezione di yoga inizia all’una in punto, ma è consigliabile arrivare qualche minuto prima per cambiarsi e rilassarsi un po’. È un momento niente male tutto per me, in cui mi metto lì e penso ai fatti miei se mi va, altrimenti dormo o ascolto che succede lì intorno. O non penso a niente. Figata. La tipa che ci fa la lezione è una tipa molto guru. Antonella si chiama. Bella e bionda sembra una madonna.

Bene, tornando alla banca, fatti tutti i conti, mi sono messa in coda, tranquilla ad aspettare. Ma non avevo fatto i conti con loro, con i signori bancari, che verso l’ora di chiusura innescano un sistema di autodifesa dal possibile cliente, pari a quello dei tedeschi in previsione dello sbarco in Normandia. Era interessante osservarli: un po' che se ne andavano in giro a fare due chiacchiere, una che stava al telefono con la zia sorda e ripeteva le stesse cose almeno tre volte, una che era in meditazione e pareva dormisse, insomma, all'una meno sei minuti ero ancora al punto di partenza.

Sono uscita correndo dalla banca, tanto che sembravo Bonnie (senza Clyde. E chi mi si piglia a me) subito dopo una rapina, solo che non avevo ritirato manco una lira. Esistono i bancomat. Sì, è vero, ma il bancomat era fuori uso. L'ho anche detto a uno (forse il direttore?), mi ha risposto va bene grazie, e se ne è andato a farsi i fatti suoi. Ecchecazzo. Dicevo che sono uscita come una pazza dalla banca. Ho tagliato per Galleria Mazzini e mi sono diretta in direzione via Venti Settembre passando dietro il Carlo Felice. Sempre parlando di cordialità e gentilezza.

Più o meno di fronte alla Coop, correvo ovviamente, ho preso uno scivolone su una grossissima cacca di cane. Non era una cacca di cane comune. Sembrava quella di un cavallo o giù di lì. Poco lontano pascolava infatti uno di quei giganteschi ed eleganti danesi, tipo Sansone, con il suo altrettanto elegante ed attempato padrone. ‘Ccidenti a loro. Ora, giuro che saranno anni che non pesto una cacca di cane e proprio oggi, che ero in ritardo, l'ho presa in pieno. E grossa. Ho perso altri due minuti due minuti e mezzo a cercare di spargerla un po' ovunque e soprattutto a raschiarla via dal mio stivale.

Mi ritrovo praticamente in Piccapietra, trascinando la gamba sinistra come fosse tutta rigida, sembravo la signora Gambadilegno, chiedo l'ora a un tizio che mi guarda allibito e mi fa, mancano tre minuti all'una. Oddio, faccio, e lui mi chiede, Ha preso una storta? La posso aiutare? No, grazie, rispondo al signore gentile, risparmiandogli disgustose spiegazioni, visto che forse sta andando a pranzo.
Mi scapicollo giù per via Venti e arrivo nel portone. Corro verso l'ascensore. Pigio il tasto. È l'ascensore più lento del mondo. Finalmente arriva. Alle spalle sento una vocina che mi fa, mi aspetta? La aspetto. È una signora modello genovese doc, tutta truccata, griffata e profumata, fresca di parrucchiere, che sopraggiunge con i suoi tacchetti e la sua borsettina. Tic Tic Tic, fa il rumore dei tacchetti. Penso che sicuramente se ne sta andando a pranzo da qualche sua ricca amica dove parlerà di moda, arte e teatro. Magari no, ma io me la immagino così. Vado al sesto, faccio. Io al quinto, cinguetta la signora, sorridendomi.
Merda, penso, perché è sempre più tardi. E merda è. Nel senso che all'improvviso si sprigiona un odore nauseante che riesce a coprire lo Chanel N. 5 della signora e che parte proprio dal mio stivale sinistro, colpevole del disastro di pochi minuti prima. Verso il terzo piano la signora non sorride più. Al quarto sbarra gli occhi. Al quinto scende guardandomi disgustata, sicura di avere a che fare con una che fa le puzze in ascensore, fregandosene altamente della presenza degli altri.

Voglio spiegarle che ho pestato una cacca di cane perché ero di corsa e non guardavo dove mettevo i piedi ma è già sparita alla mia vista. Sono sicura che lo racconterà alle sue amiche, chiamandomi la puzzona dell'ascensore. Arrivo al sesto. È l'una in punto. Lo segnala il mio cellulare prima che io lo spenga. Mi trovo davanti alla porta del centro yogi e penso, come cazzo faccio? La porta si spalanca e Antonella mi sorride e mi fa Claudia, ciao, sei arrivata. Cambiati e vieni di là. Io sono lì che penso come faccio con lo stivale, mi avvicino all'armadio dove tutti mettiamo le scarpe appena entriamo, che qui si cammina scalzi. Lo apro, mi sfilo gli stivali, pure quello incriminato, e li ficco dentro, insieme alle scarpe di tutti gli altri. In effetti non è più sporco, ma perchè la puzza? Penso che dopo la lezione, la prima che si andrà a prendere le scarpe e spalancherà lo sportello, rimarrà brasata. In questo posto, che sembra un tempio, c’è una fragranza di ottimi profumi, di olii, di incensi, e il mio stivale è un vero delitto. Forse dovrei buttarlo dalla finestra. Ma allora colpirei un passante, e la faccenda si complicherebbe. Intanto mi riconoscerebbero. Cosa ci fa una che scappa per il centro con uno stivale si e uno no? Ti aspettiamo, mi fa ancora l’Antonella graziosamente sollecita. E allora decido di chiudere di colpo gli sportelli della scarpiera e anche le mie riflessioni. Ci penserò dopo.

Mi cambio e comincio la mia lezione. Al momento del rilassamento profondo mi dimentico pure di chi sono, dove vivo eccetera. Antonella ci ripete con la sua voce calma di lasciare andare le emozioni. Eseguo. Piacevolissimo. Ad un tratto sento qualcuno che piange. All’anima se si è lasciata andare. Viene dal fondo della sala. È un pianto trattenuto, all’inizio. Poi non più. È uno sfogo amaro, di qualcuno che sta davvero soffrendo. Mi sento il cuore che mi si stringe nel petto. Poi non sento più nulla. Ha smesso di piangere. Forse le ha fatto bene.
Mi alzo serena, dopo un’ora, che sembro un po’ fatta. Mi cambio e mi dirigo verso l’uscita. Arrivo davanti alla scarpiera e mi ricordo dello stivale. Ma, incredibile, questa volta non sono assalita dall’ansia, come un’ora prima. Apro, e miracolo, l’odore che sento è ancora quello dell’incenso che brucia nella stanza, lo stivale non puzza più, se non di cuoio, ed io me lo infilo goduta anche perché li adoro i miei stivali nuovi presi in saldo due anni fa da Bata. Simpatici, costati poco e mi piacciono davvero. E mentre lascio quel tempio di pace e mi avvicino all’uscita, mi ritrovo a fare una considerazione.
È proprio vero, quando entro qui, in questo posto, tutta la merda la lascio fuori.

Claudia Priano
di Daniele Miggino

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