Sublime Elettra, un Amleto donna - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Giovedì 16 marzo 2006

Sublime Elettra, un Amleto donna

Nelle immagini Frédérique Loliée e Moira Grassi, sorelle nell'Elettra di Hugo von Hofmannsthal

Magazine - Genova. Si dovrebbero usare solo superlativi per descrivere l’Elettra dell’autore austriaco Hugo von Hofmannsthal, interpretata con intensa precisione da Frédérique Loliée e allestita con geniale e raffinata tecnica da Andrea De Rosa e Hubert Westkemper, una produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli, in scena al Teatro della Tosse, fino a sabato 18 marzo. Ma non lo faremo, perché il bisbiglio di questa Elettra non sia tradito da una parola svuotata che finisce in issimo/a.

Quello che Hugo von Hofmannsthal ci propone è un Amleto tutto al femminile, in cui il ruolo della vittima furente è assunto da un’Elettra vestita di stracci e ridotta allo stremo delle forze, in seguito al gesto violento di Clitennestra, la madre. Lei, l'assassina del padre-re Agamennone, insieme al compagno-sicario Egisto: «quell’altra femminuccia...-come lo definisce Elettra- il grande spadaccino che sa fare l’eroe solo a letto». Un recupero del mito classico, che ci mette di fronte alla rovina di un’intera famiglia, in una trama molto simile a quella che getta nello sconforto il Principe di Danimarca: in seguito alla morte di Agamennone, l’unico figlio maschio, Oreste è messo in fuga e le figlie, Elettra e Crisotemide sono castigate a una vita da scarafaggi, una sepoltura in vita alla base della fortezza regale, dove vedono sfiorire e marcire la loro bellezza, mentre la vita prosegue altrove, nelle stanze, nei corridoi e comunque sopra di loro, nel rimbombo dei passi sul soffitto che metaforicamente, anche nello scalpiccio dei servi, le calpesta.

L’Elettra di Hofmannsthal è profetessa e abilissima con la parola. Suo unico conforto. Piena solo della necessità di compiere –ma come?- la vendetta sul padre, si rannicchia e si contorce nell’attesa che Oreste ritorni. Eppure come Amleto, di fronte alla madre è creatura disarmata e nuda che non sa convertire l’amore filiale in gesto omicida. Solo all’udire notizia della morte accidentale del fratello, calpestato dai suoi stessi cavalli, Elettra trova il coraggio per attivarsi all’azione. Ma sola non può e allora cerca aiuto nella fragile e giovane sorella. Ma Crisotemide (la composta, pudica e giustamente ingenua Moira Grassi) è vergine che nutre il sogno di essere sposa e madre: «là fuori le donne che ho conosciuto snelle diventano gravide di benedizione, vanno a fatica al pozzo... e improvvisamente sono liberate da quel peso e da loro scorre una dolce bevanda e la vita si attacca al loro petto... Io sono una donna, voglio il destino di una donna!». Crisotemide non sente ribollire il sangue per la vendetta, ma per l’urgente espressione delle sue carni, mortificate dalla prigionia, ma pronte alla vita: «prima di morire voglio anche vivere... avere dei bambini prima che questo corpo si dissecchi». L’opera di convincimento si traduce in scena in una potente azione corporea che non frena mai, neanche per un istante, la lingua sapiente di Elettra ma si fa atto sessuale che compiaccia il fremito indomito della natura di Crisotemide. Profondamente emozionante.

L'inconsolabile dolore ci arriva nella forma di una recitazione quasi tutta bisbigliata, mentre le lacrime e il moccio scorrono sul viso della Lolièe in simultaneo realismo. Così ci penetra nelle orecchie, un viscerale soffrire che si versa attraverso le cuffie stereofoniche direttamente nella nostra testa (così come i molti rumori fuori scena, inquientati e iperrealistici). Seduti nella nostra poltrona se ci priviamo della tecnologia, ci immergiamo in un ancor più temibile e oscuro silenzio, posti come siamo di fronte a un enorme finestra dai riquadri in duro e freddo ferro, che di gabbia parlano più che di apertura verso l’esterno. L’allestimento si avvale di una tecnica, detta olofonica, realizzata da Hubert Westkemper (che con questo lavoro ha vinto il Premio Ubu 2005), per cui, isolato lo spazio scenico dalla sala, ciò che di sonoro va in scena si origina da diversi punti e sposta la nostra attenzione, normalmente tutta proiettata verso il palco, a destra o a sinistra, ma anche alle nostre spalle, o in alto e praticamente ovunque, senza che ciò che vediamo gli corrisponda. Il disegno delle luci non è da meno: profili affilati, attraversati da toni caldi come il fuoco, lamine sottili penetrano nella prigione grigia che trattiene la vita delle due giovani donne (forse, recupero di una certo gusto espressionista che gioca sulla geometricità delle pareti). Lolièe è sublime e ci impedisce persino il movimento più piccolo, ci costringe dentro il suo personaggio con strabiliante e passionale forza umana, perdendo solo un po’ di questo potere annichilente, nei confronti con gli altri personaggi: la Clitennestra di Maria Grazia Mandruzzato, fiera come solo una belva; l’Oreste di Gabriele Benedetti, il più esposto tra le circostanti attrici -si direbbe il più debole- ma poi invece l’unico che, nel faccia-a-faccia, rialza Elettra, la fa sorridere, in una scena tutta di spalle, seduti l’una accanto all’altro, come ignari del mondo e fraternamente resuscitati alla morte.

Perturbante e di certo immancabile appuntamento da coronare.



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