La metamorfosi della Fura - Magazine

Teatro Magazine Teatro Politeama Genovese Giovedì 16 marzo 2006

La metamorfosi della Fura

Nelle immagini alcuni momenti dello spettacolo

Magazine - Genova. È la prima volta per .
Lo storico gruppo catalano che, lungo i 25 anni della sua spettacolare esperienza, ha costruito uno stile unico fatto di aggressiva inventiva e originale trasgressione, è alla sua prima volta con la parola. Per questa metamorfosi, forse persino trasformazione sofferta, ma probabilmente necessaria, per non finire schiacciati da un’insolente autoreferenzialità, La Fura dels Baus, nella persona del regista Alex Ollé ha scelto la parola di Kafka e la metafora più crudele sul concetto di cambiamento nell’interiorità dell’essere umano: La Metamorfosi, in scena al Politeama Genovese, solo sabato 18 e domenica 19 marzo.

Una prima volta che segna anche altri primati: la collaborazione alla regia di Ollé con il drammaturgo argentino Javier Daulte; e la prima volta da fureri per quasi tutti gli interpreti selezionati: Ruben Ametllé, Angelina Llongueras, Artur Trias, Sara Rosa Losilla, Isak Férriz. «Un’esperienza interessante da molti punti di vista» come mi confessa in immacolato italiano Angelina Llongueras (che sulla scena sarà la madre di Gregor Samsa).

Il lavoro di interpretazione gli attori l’hanno condotto contemporanemente su due piani: quello sulla drammaturgia diretto dal «minimalista» Javier Daulte e l’altro, la parte video, condotta dal furero-fondatore Alex Ollé. «In campo sono entrate due sensibilità molto diverse a cui si è aggiunta quella di noi attori», continua Angelina in una conversazione molto cordiale che ricostruisce il percorso fatto. Secondo lei la scelta drammatica che ha interrotto il cammino de La Fura portandola su un terreno a lungo rimosso come quello della parola, è sintomo di una scelta intelligente che non cambia La Fura, nell'intima voglia di sperimentare. E poi «Ollé ama molto questo testo» e forse era destino che con esso arrivasse la svolta. La scelta degli attori è stata molto lunga, ma Daulte sapeva bene cosa cercava, mi racconta Angelina, e quindi il lavoro sui personaggi è stato poi relativamente semplice, anche se non ha mai visto separati i diversi piani spettacolari: testo, video e scenografia, «eravamo tutti lì fin dall’inizio, attori, tecnici, scenografi».

Ma chi è Angelina Llongueras? Un’attrice molto fiera e appagata del mestiere che ha scelto, e che negli ultimi anni si è anche messa a scrivere. Lei Kafka l’ha letto da giovane e l’ha trovato «affascinante e angosciante, un testo piuttosto difficile da fare in teatro». In successione Angelina ha incontrato anche Il Processo, Il Castello, «poi ho detto basta, stanca di tutta questa claustrofobia». Lo spirito e la struttura del testo sono stati rispettati, proiettando lo spettacolo verso «un crescendo di degradazione che però, non potendo portare sul palco l’insetto -che diventerebbe immediatamente ridicolo- deve lavorare sulla metafora dell’isolamento umano e mostrarla».

E arriviamo al suo ruolo: «La famiglia che va in scena è molto normale e, colta da un disastro come questo, non capisce. Quindi prima c’è la negazione del problema, poi il provare a conviverci, quindi arriva l’insopportabile». Per il personaggio della madre, Angelina si è ispirata un po’ alla sua e in parte ha tratto spunto da quella che potrebbe essere una tipica madre: «un donna che pensa poco a se stessa, che ha sempre tutta la famiglia in testa, molto paziente e sempre tesa ad essere giusta, ma anche figura che rimanda le decisioni per non assurmersi la responsabilità fino a quando è inevitabile. Una donna educata a pensare sempre al plurale e quindi non in grado di esprimere un’individualità». Nel testo la famiglia, padre madre e sorella restano nel backgroound, «qui invece – precisa Angelina- siamo figure in carne e ossa, a testimoniare che un individuo non può mai trasformarsi da solo, lui ha un effetto sui personaggi che gli stanno intorno e che a loro volta subiscono una modificazione». Non posso trattenermi qui dal ricordare il romanzo di Ionesco , andato in scena a gennaio alla Tosse per la regia di Emanuele Conte, dove un individuo tenta in tutti i modi di raggiungere l’isolamento e l’annichilimento, ma senza successo assediato da una varia umanità che lo assilla e lo costringe alla vita, così come loro, a loro volta, vi sono costretti.

Dicevamo che Angelina è anche drammaturga, un'ulteriore declinazione che le viene dalla sua esperienza nel teatro popolare in America Latina. Dopo questa tournée italiana, sarà a Madrid con uno spettacolo scritto e diretto da lei, Fulan siamo tutte. Un monologo incentrato sulla figura di una donna indiana uccisa nel 2001, Fulan appunto, dalla biografia molto rocambolesca: di casta bassa, maltrattata da piccola, poi componente di una gruppo di banditi, quindi in prigione e poi al parlamento per due volte fino alla fine. In sintesi «una figura affascinante e uno di quei crimini di stato di cui non è dato sapere». Dopo avermi descritto i suoi progetti, spontanemente e con certo slancio, Angelina rilancia verso La Fura: «L'esperienza è stata molto positiva, se mi chiedesssero di lavorare ancora con loro sarei molto interessata».



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