L'arte vista da una sociologa - Magazine

Attualità Magazine Mercoledì 15 marzo 2006

L'arte vista da una sociologa

In alto Romei e Liscio

Magazine - Settimo appuntamento con la rubrica di Marco Romei, che torna a mentelocale.it ogni terzo giovedì del mese. Chi si fosse perso i primi incontri si legga le altre . Buona lettura.

Marco questa volta ha incontrato Angela Liscio, sociologa.

MR «Angela, niente è così fatale ad un’idea come la sua realizzazione?»
AL «In un certo senso sì, perché noi accarezziamo molte idee, molti sogni e i sogni aiutano a vivere. Ma guai a realizzarli tutti! Nel momento in cui ne realizziamo uno qualcosa di noi muore: dovremmo essere dei sognatori perenni, perché solo attraverso il sogno abbiamo quella tensione, quel tendere verso qualcosa. La realizzazione di un’idea diventa fatale perché una parte di noi muore e dobbiamo ricrearne un’altra».

MR «La vita ha un copione scritto o si procede a soggetto?»
AL «Io non posso che riferirmi alla sociologia: un grande sociologo francese scomparso da qualche anno, Pierre Bourdieu, a proposito della libertà degli esseri umani usava questa metafora: ”Nasciamo imbarcati su una nave che salpa da un porto che non abbiamo scelto, e che possiede già una rotta programmata". Ma se questa è la condizione umana, qual è lo spazio di libertà dell’individuo all’interno della società? Esiste: possiamo buttarci dalla nave, ma per conquistare questa libertà dobbiamo avere perlomeno intravisto un altro orizzonte e poi dobbiamo saper nuotare, ed è tutto molto faticoso. Questo per dire che molti aspetti sono già scritti: nasciamo bianchi o neri, al nord o al sud, uomini o donne. Nascere maschi o nascere femmine è molto diverso in tutto il mondo e all’interno dell’appartenenza di genere è differente essere donne nella cultura araba o nella cultura occidentale. Quella occidentale è la cultura che più è andata avanti, nella nostra contemporaneità le donne sono soggetti di diritti, mentre altrove sono ancora cose e appartengono agli uomini, ma anche nella società occidentale attuale c’è molto da lavorare per giungere ad una parità reale come persone, nonostante l’emancipazione sessuale che ha liberato le donne dalla schiavitù biologica. Quindi possiamo cambiare il copione, ma è un percorso di conoscenza molto faticoso. Spesso le persone vivono senza cambiare rotta perché alla libertà non aspirano in molti, anzi è un fardello che l’individuo non vuole, e che non fa bene alla società».

MR «Bisogna agire per libertà o per necessità?»
AL «Le persone pensano di agire per libertà, ma molto spesso agiscono per necessità. Noi siamo convinti di essere liberi, ma lo siamo all’interno di un recinto e questo recinto non viene esplorato interamente, pochi si spingono fino ai bordi, la maggior parte rimane al centro».

MR «Angela, si vive solo per scoprire la bellezza?»
AL «È vero. Per me la vita è un fatto estetico. Senza la ricerca della bellezza non potrei vivere, ma nemmeno nel quotidiano! Anche un oggetto minimo per me deve soddisfare prima di tutto un bisogno estetico. Poi è chiaro che bisogna sempre coniugare la bellezza con la funzionalità e anche con la sensibilità sociale. Una personalità equilibrata dovrebbe cercare la bellezza come fatto costruttivo.

MR «L’arte può produrre sulla società una nuova sensibilità?»
AL «Storicamente l’arte è sempre stata una necessità sentita dalle classi privilegiate, perché la maggior parte dell’umanità ha cercato di soddisfare i bisogni primari e l’arte era l’ultima delle esigenze. Solo con la rivoluzione industriale si è iniziato a parlare di arte in relazione alle masse, quando queste sono diventate le protagoniste della storia e quindi hanno iniziato a soddisfare i bisogni primari. Alcuni intellettuali del ‘900 sostenevano che la cultura l’aveva fatta la borghesia e che dopo non poteva esserci più nulla, che la cultura di massa non poteva produrre arte. Altri, come Walter Benjamin, sostenevano che nel secolo della massa come protagonista l’opera d’arte perdeva l’unicità, perdeva l’aura, però la tecnica la riproduceva, e quindi la perdita dell’aura era ampiamente compensata da una democratizzazione dell’opera d’arte. In senso generale, nella sua accezione più ampia, direi che l’arte può aiutare a comprendere, e quindi già comprendere il problema significa canalizzare delle energie verso quei problemi. Certo, si dovrebbe fare di più, si potrebbe fare molto di più».

MR «Si racconta una storia o si racconta sé stessi?»
AL «Si racconta sempre sé stessi. È interessante vedere come lo stesso avvenimento si racconta in modo diverso a seconda del periodo della vita che uno attraversa. Ma non è un mentirsi: questo ri-crearsi è la prova di una crescita, perché se raccontassimo staticamente lo stesso avvenimento per tutta la vita nello stesso modo, significherebbe che la nostra vita non avrebbe avuto nessuna evoluzione, che non avremmo aggiunto nuove cognizioni e altri significati al nostro vissuto. Il racconto di sé deve essere un continuo raccontarsi di nuovo, un incessante re-inventarsi; e in questa narrazione di sé sta probabilmente il segreto della vita».



è il drammaturgo del . Ha scritto anche per la radio e per il cinema. È sempre molto indaffarato a essere pigro.

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