Un genovese a Miami - Magazine

Mostre Magazine Giovedì 9 marzo 2006

Un genovese a Miami

Nelle immagini lavori di Mamo: in alto "My third Eye - Self Portrait with camera" ; in basso "Monk walk in Miami"
© Maurizio Martinoli

Magazine - Miami. «Non sono un follower, non ho maestri, né seguo tendenze». Con questa frase in arte ‘Mamo’, artista genovese in fuga negli USA, fa una sintesi del suo modo di essere. Fuggito dall’ambiente d’origine, agiato, ma profondamente restrittivo come quello genovese, Mamo è proiettato solo in avanti, verso ciò che non conosce. Sembra non sentire il bisogno di guardare indietro. Non ha figure di riferimento e mi chiede se è un male, ma passa il suo tempo tra l’arte (fotografia e pittura) e il volontariato, coltivando una profonda spiritualità che rifiuta le religioni: «tutto controllo e manipolazione, nient’altro». L'incontro con l'altro/a è per Mamo essenziale: «l’ho imparato da bambino nei miei viaggi all’estero, lì ho conosciuto molti modi diversi di parlare e di essere che mi hanno affascinato», un’esperienza di apertura su un orizzonte che lui rinnova di continuo.

Si è da poco conclusa la sua prima exhibition, dal titolo Principium, alla galleria di Hollywood e a breve è atteso un happening notturno con i suoi lavori nel Design District di Miami, alla . Forse, tra non molto, tornerà anche in Italia: una visita di cortesia, ma forse anche artistica.
A Miami ha fondato un coro all’interno dell’associazione di volontariato per cui opera (Unity on the Bay – Miami). «Siamo tutti collegati, tutti confluiamo nell’uno», da qui nasce il misticismo che emerge dai suoi lavori fotografici: molti ritratti e alcuni paesaggi, campi lunghi alla Antonioni. Stampate su una carta metallescente (l’endura metallic paper), di dimensioni medio-grandi (160cmX120cm circa), le sue sperimentazioni o distorsioni di volti e corpi hanno tinte forti, fortissime. Però lui non si considera un «fotografo, la foto è solo il medium che uso. Quello che faccio è dipingere sulle foto». I suoi lavori raccontano di una dimensione altra e di un certo gusto per il kitsch. «Forse perché vivo in un paese dove ci sono solo cose estreme, e forse anch’io sono un po’ estremo».

«Faccio ritratti perché vedo l'energia delle persone - tipo aura - e tendo a rappresentarla graficamente. C'è sempre una storia dietro ad ogni quadro. Per esempio nella serie Principium, c'è un pezzo che si chiama I love you to death, Mantide religiosa, dove vedi il soggetto ed una Mantide vicini: rappresenta una forma di amore possedendo e a volte ditruggendo, invece che condividendo».

Vent’anni fa Genova gli stava stretta, «mi faceva sentire imprigionato». Voleva fare il liceo artistico, gliel’avevano anche consigliato i professori: non fu possibile. «A casa mio nonno aveva la camera oscura, da lì arriva il mio amore per la fotografia. Ma nella mia famiglia l’arte era un’attività esclusivamente per il tempo libero». A 28 anni, troppo grande per la Scuola di Recitazione dello Stabile di Genova, dopo una divertente esperienza nella Compagnia Goliardica Baistrocchi -«divertente non tanto per la mentalità, quanto per la vita sul palco» - e tre anni a Campopisano con Mimmo Chianese, Mamo va a New York per studiare recitazione. «Lì avevo anche un amico. Non sono più tornato».

Mamo coglie i suoi soggetti tra la gente comune, tra gli artisti e tra le molte etnie che incontra nel suo impegno di volontariato e aiuto agli homeless. E in molti hanno già notato lo spessore e il coinvolgimento profondo della sua ricerca. Michele Gardon, responsabile del centro di documentazione per le arti grafiche del museo del Louvre, ha definito il suo lavoro «un’alchimia fra realismo e immaginazione». E proprio così me lo immagino nel suo studio al lavoro, come un'alchimista tra boccette: cromatismo, simbologia, prospettiva, distorsione. In un certo senso le persone che ritrae subiscono una spersonalizzazione, come se nell'operare sull'individualità l'alchimista catturasse l'anima e ne rendesse visibile l’evanescenza attraverso il colore.

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