Magazine Giovedì 9 marzo 2006

Ferite e rifioriture di Conte

Verso la metà dell’ultimo novembre, Giuseppe Conte ha compiuto 60 anni, 30 almeno dei quali dedicati per intero all’attività di poeta, scrittore e intellettuale. All’inizio di questo febbraio, esce la sua ottava raccolta poetica, queste Ferite e rifioriture (nello Specchio di Mondadori) che, dalla patente consonanza del titolo, promettono quel che da subito mantengono: cioè, per quanto può dirsi a prima lettura, il controllo completo dello strumento espressivo, un’intonazione non alta di necessità, ma sempre e con coerenza sorvegliata.
La tonalità del volume è stabilita dal sonetto caudato, non per nulla stampato in corsivo Addio Yusuf, addio Walt Whitman, ombre (manca però del distico di endecasillabi in clausola e in quanto tale la composizione può considerarsi hapax contiano, anche per la difficoltà di individuare fronte e sirima, fatta salva l’ipotesi che il sonetto sia composto da due fronti, conchiusi da un settenario. Il settenario è uno fra gli istituti metrici prevalenti nella raccolta, insieme al blank verse italiano di cui Conte aveva dato larga prova nelle raccolte precedenti).

Il testo era già in apertura dei Nuovi canti, usciti or sono 5 anni a Genova, presso San Marco dei Giustiniani e riproposti quasi per intero nelle attuali Ferite. In 17 versi a cadenza per lo più endecasillabica, variata però dal gusto della rima preziosa (per tutte: abbastanza / gazal ai vv. 3-4; ma nessuno mancherà di cogliere la forte valenza semantica e fonosimbolica di una sequenza sostantivale come in fiore, il mare, e Amore, ai vv. 15c-16).
I temi della poesia di Conte sono raffigurati come in uno schizzo d’autore, diventano tableaux vivants: il vitalismo delle prime raccolte, che suggerì a un lettore cauto come Carlo Bo presenze dannunziane e portò poi il poeta di Imperia a tradurre, in maniera magistrale, le Leaves of grass di Whitman. Con il grande americano, e anzi prima di lui, compare Yusuf, cioè l’alter ego islamico di Giuseppe, già protagonista nei Canti d’Oriente e d’Occidente.
L’addio alla personale cosmogonia poetica dichiarato con l'endecasillabo onomastico d’apertura è però contraddetto già al v. 7: O non addio, siete in me, rimarrete. Nella poesia posta in limine alla raccolta, Conte non teme la contraditio in adiecto, che è anzi una fra le molte anime di una raccolta quant’altre mai versicolore e sfaccettata.
Qui si canta l’amore coniugale (Il cellulare lasciato sul copriletto, una fra le dichiarazioni più nette del canzoniere contiano) e la passione dei sensi (Dei baci e del baciarsi, in cui il poeta torna ad esercitarsi sull’endecasillabo mobile, da lui stesso teorizzato or sono più di 10 anni); Pindaro (un sogno d’ombra è l’uomo, che ha però anche ascendenze veterotestamentarie, in Giobbe e nei Salmi almeno), Baudelaire e Czeslaw Milosz (omaggiato in un ilare, ma a ben vedere densissimo Salmo I, il cui explicit ha d’altronde ancora un andamento scritturale: Sono un uomo, né zolla né fiore/creatura che cerca il creatore).

Delle quattro sezioni in cui si divide la raccolta (Nuovi canti, in versione però differente dall’edizione di San Marco dei Giustiniani del 2001, Canti della vita, Canti del mito, Canti d’occasione) quella di maggior peso quantitativo è senz’altro la seconda. Qui Conte sciorina tutti i suoi temi e li adatta per l’occasione a un verso di inusuale confidenza, per lo più un settenario molto musicale e affatto lirico, che gioca su rime di facilità a volte gioiosamente oltraggiosa (ma sarà vera libertà/non sottomettersi ad Allah?).
Il poeta sessantenne canta il suo stesso corpo, l’amore per la moglie già sopra citato, ma anche la poesia civile (torna per esempio l’Irlanda, antico amore di Conte, in un teso omaggio a Pàdraig O’ Snodaigh, traduttore del celebre Canto irlandese), le città (Genova su tutte, in una poesia acaproniana quanto ci si sarebbe aspettato) e la giovinezza (in molte anacreontiche, autentiche o dissimulate, e soprattutto nella leggiadra Un centro, ispirata a una Milano che non c’è più e insieme quasi manifesto della sezione). Mentre i 7 Canti d’occasione sembrano riuniti sotto una titolazione davvero diminutiva del loro schietto valore (i due Salmi e l’epicedio per Allen Ginsberg sono fra le pagine alte dell’ultimo Conte), resta da dire dei 2 complessi Canti del mito. Qui il poeta si confronta con Persefone e Venere, in due veri e propri inni con titoli in qualche modo fuorvianti (Saluto a Persefone e Inno a Venere). Spicca soprattutto il primo, costruito su un’ardua versificazione insieme quantitativa e sillabica, in cui esapodie dattiliche catalettiche si alternano a novenari e decasillabi salvo un intermezzo in corsivo su base più o meno endecasillabica.

La Persefone di Giuseppe Conte è una ragazza desiderante, uscita da lungo sonno, magra ma dalle gambe / forti, i capelli lunghissimi sciolti. Una Persefone-Proserpina farebbe impallidire l’Agostino del De civitate Dei, in ogni caso non si era mai vista in poesia e, chi sa, forse incarna la Poesia per un autore che, alla poesia e alla sua difesa, con il suo Shelley sta dedicando tutta una vita.
di Giovanni Choukhadarian

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