Magazine Domenica 5 marzo 2006

Il silenzio verde

Magazine - Non è punto facile, pensare che a 15 anni qualcuno possa già averne abbastanza, dei propri ricordi. Pensare che qualcuno possa già averli, abbastanza ricordi; tanti, almeno, da inventare delusione. Sembra, agli altri, che niente sia ancora successo, a quell’età. Niente di veramente brutto, certo; niente di veramente importante. Eppure.
La vita brucia nelle vene, durante l’adolescenza, e le convinzioni hanno una forza che non avranno mai più. Le emozioni non hanno ancora bisogno di assedio, di essere lavorate a lungo, per alzarsi bollenti e misteriose come geyser; non hanno quasi bisogno di causa, spingono, hanno urgenza di uscire, di diventare evidenti. Sono esplosive, e sono acerbe; le emozioni a 15 anni sono verdi.

L’entusiasmo, e la frustrazione. I ragazzi ci credono. Ogni volta, e continuamente. Non succede niente, forse, ma succede con un’intensità emotiva abbacinante. Le emozioni coinvolgono; le emozioni sconvolgono.
Noi, che finiamo con il passare oltre, questa è una cosa che perdiamo. Per sempre. Quella densità quotidiana; quella furia normale, noi non la vediamo per niente, nelle loro limpide facce estranee, perché è un linguaggio precedente e lo abbiamo perduto, come non comprendiamo i neonati – siamo stati entrambi, ma si nasce forse troppe volte, dentro la stessa vita, per poterci davvero capire qualcosa. Né loro stessi se la riconoscono addosso, e certo non a vicenda, perché quella velocità brutale del cuore, quella, è semplicemente la loro sensibilità, l’unica che hanno.

Si dice che bisogna fidarsi della vita. Ma per riuscirci, per imparare fede di vita, occorre adattarsi, a lei. Crescere significa compromettersi. Imparare a rimandare. In un certo senso, per crescere è necessario diminuirsi.
Non è naturale, e di sicuro non è per niente facile. E non per tutti è possibile. È come chiudere le rapide con una cerniera, alzare una diga, regolare il flusso con un sistema di chiuse. Non tutti i fiumi lo sopportano. Cadono le montagne intorno, qualche volta. E qualche volta una cascata decide di fermarsi a mezz’aria, di non precipitare più.

Io non mi chiedo se sia possibile; so che lo è. Lo so molto bene. E non mi chiedo se sia giusto o meno; si tratta di una decisione vera, e la realtà ha una verità più fonda di qualsiasi giudizio da aggiungere eventualmente ad essa. Non so se interrompere la propria vita sia un gesto di libertà: se la libertà di ciascuno termina prima di colpire quella degli altri, nella negazione e nel dolore, non lo è; ma è comunque questo che capita nella vita: anche amare, invade.
Quello che io credo è che il suicidio sia un gesto vitale, alla lettera, che appartiene alla vita, e non alla morte. La morte è solo quello che resta, dopo. Per questo non se ne viene a capo: non si viene a capo della vita di una persona.
Nemmeno di una persona molto giovane. Si tratta di una decisione irriducibile, che non apre dunque nessuna domanda. Un suicidio, comunque sia, è una risposta. Adeguata, o inaccettabile: non c’entra. Una ragazza, una decisione; una nuova quantità di sofferenza mossa nell’ordine delle cose. Solo il silenzio partecipa davvero, si muove con lei.
Non si frugano le tasche di chi ha scelto.
Ciao.

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