Nel pub, a scuola di umanità - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Giovedì 2 marzo 2006

Nel pub, a scuola di umanità

In alto in un momento dello spettacolo: Gianluca Gobbi, Enzo Paci e Ugo Maria Morosi; in basso: Gianluca Gobbi e Ugo Maria Morosi

Magazine - Creature strane gli irlandesi che emergono in teatro. Anime isolate e radicate alla terra. Figli di una lunga tradizione di storyteller che, nella nuova generazione di drammaturghi, riemerge con forza prorompente, portando in scena le storie e i vissuti dei nonni e in generale degli avi: i loro silenzi, la loro malinconia, la loro chiusura ingenua non fondata su preconcetti, ma su scarso esercizio alla frequentazione; ma anche il loro gusto per il gotico e il grottesco e il piacere, paragonabile solo ad una sana sorsata alcolica, nel raccontare storie. Questa volta i figli d’Irlanda li porta in scena, per il Teatro Stabile di Genova, alla regia di La Chiusa, testo di Conor McPherson, uno dei più recenti giovani talenti irlandesi (tra cui ricordiamo il noto Martin McDonagh), in programma al Duse fino al 19 marzo.

McPherson punta l’occhio su un pub, collocato in una località anonima come molte altre, popolato da avventori che sono di casa (si servono da soli) e forse hanno persino il loro calice (come spesso accade). In un luogo che non è un paese, lontanissimo dalla città, immerso nel verde e certo isolato, c’è chi ci vive e lo ama. Paesaggio naturale che attrae orde di turisti d’estate, per la gente del posto è semplicemente casa. E chi arriva è sempre e comunque uno straniero, di cui non si conosce la lingua né gli usi e, anche se non viene dalla Germania, è per detto comune tedesco: incomprensibile. Ne La Chiusa, è proprio questa rassegnazione esistenziale, in parte una forma di amore e orgoglio per la propria origine, ad emergere. La messa in scena di Binasco apre su una scena silenziosa lunga molti secondi, forse minuti, in cui Jack (un Ugo Maria Morosi troppo poco rurale) si accomoda, si serve, mette persino le mani negli spiccioli della mancia sul bancone, prima che accada alcunché o entri l’oste Brendan (Enzo Paci, ottimo nel phisique du role, esaltato da una t-shirt verde un po’ attillata, meno brillante nella recitazione). Il ritmo imposto agli attori è volutamente esasperato in ciò che coincide, più che con la lentezza, con un tempo volutamente rallentato della vita: non si prevede la corsa né la fretta, ma piuttosto una ricerca estenuante di micro-attività per trascorrere la giornata senza pensare, come spiega Jack nel finale: «Giù al garage perdo il giorno in piccoli lavoretti. Impiego ore ad aggiustare una gomma bucata. Ti aiuta a non pensare a quello che avrebbe potuto essere a quello che avresti dovuto fare».

In una placida e magra esistenza di questo tipo, l’unica nota che accende gli spiriti sono le visite. Quelle di routine dei turisti, vissute come invasioni, e quelle inattese come accade per l’arrivo di una giovane donna, Valery () da Dublino. Goffamente, per accoglierla, i soliti del pub iniziano la saga di chi racconta cosa: in un attimo fantasmi, morti, pazzi e pedofili affiorano tra le mura del locale. Fino a quando anche Valery è spinta a raccontare il suo segreto e in quel gesto estremo, nella confessione di una tragedia umana vissuta sulla pelle, il gruppo resta silenzioso, muto di fronte al gesto di apertura; commosso per la forza della donna; colpito da una storia vera che parla di morte e fantasmi in un tempo che è ancora sulla pelle e nella vita della donna.

L’umanità condivisa, scambiata attraverso le storie e i diversi modi di riportarle (in questo si distingue su tutti Gianluca Gobbi con il suo Jim, che racconta qualcosa di molto simile a quello che accade in A Skull in Connemara, (1997), seconda parte della prima trilogia di Martin McDonagh), è il succo di questa non-storia in nessun-luogo. L’atmosfera ovattata, che la regia ha saputo costruire, crea un contenitore perfetto per un’irlandesità scenografata con inventiva, ma certo sguardo accorto, da Guido Fiorato. E nel complesso la squadra di attori, rincorrendo una naturalità profonda e intima - che a momenti svela persino le persone dietro ai ruoli - colpisce nel segno di una drammaturgia che vuole essere nuda, per svelare un mondo reale.

Un po’ di sofferenza in più nel personaggio femminile, magari tradito da una narrazione più spezzata dal dolore, da una mimica che parli dell’inquietudine e dei fantasmi di una mente ferita ma non di una folle, e un po’ di sghignazzate cameratesche in meno dai maschi, renderebbero il tutto perfetto.



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