Congiura politica alla Tosse - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Mercoledì 1 marzo 2006

Congiura politica alla Tosse

Nelle immagini alcuni momenti dello spettacolo: sopra in primo piano Paolo Mazzarelli e Valeria Sacco; sotto Paolo Mazzarelli e Tommaso Banfi

Magazine - La storia di Roma tra due scale nere.
La storia di una congiura politica da un sotterraneo.
Ripide, degradano, come in una piramide rovesciata, o in un imbuto, verso un grande tavolo anonimo, in una scena vuota dominata dal nero, ospitando uomini con abiti civili a noi contemporanei.
È la «cantina, stanzetta del piacere» di cui parla Porzia, il luogo dove prende forma il Giulio Cesare di William Shakespeare, di Paolo Mazzarelli. Interprete e regista, Mazzarelli è anche responsabile di una rivisitazione del grande classico, di cui riduce la popolosa schiera di personaggi e, spargendo qua e là estratti dai comunicati dell’EZLN del Subcomandante Marcos, getta in un tempo nuovo un manipolo di uomini. Un testo che di Storia si nutre, ma di molte altre storie si vanta, in una produzione CSS Teatro Stabile di Innovazione del FVG, alla Tosse fino a sabato 4 febbraio.
Niente scene, niente costumi e niente Cesare. La nuova è una tragedia intima, dal respiro ampio perché storica, ma di quale storia, in verità si tratti, non è strettamente necessario sapere: sono uomini ed è la brama per il potere che li guida.

All’inizio Bruto (Mazzarelli) e Cassio (Lino Musella), e poi anche Casca (Fabio Monti), sembrano tre amici frustrati dalla repentina ascesa al potere dell’amico brillante. Poi i toni si fanno più cupi, compare Porzia (Valeria Sacco), dolce metà di Bruto, che «ammettendo di essere donna» tenta, ciononostante - cioè consapevole della sua inferiorità - di farsi confidare il malumore dello sposo. Le cose precipitano, si organizza la congiura e in quattro e quattrotto Bruto ne è alla testa e il corpo di Cesare è già pieno di ferite mute e coincide con il corpo esangue di Porzia. Sarà Antonio (Tommaso Banfi), suo fedele, ad usare l’arte retorica per recuperare il popolo, appena vinto dalla capacità affabulatoria di Bruto-assassino.

È in questo duello elettorale mascherato da esequie funebri che si consuma il momento più alto dello spettacolo. Il popolo in un’unica figura (interpretato con chiara passione, ironia e semplice concitazione da Fabio Monti) è il narratore che porta ordine nel grande caos che segue l’assassinio di Cesare. Il popolo, che non comprende, dà il via alle oratorie, prima di Bruto e poi di Antonio, bevendosele entrambe. È il popolo che, dando conto anche dell’animo agitato, confuso e ignaro della gente governata, che dovrebbe essere sovrana -«La sovranità nazionale risiede essenzialmente e innanzitutto nel popolo»- scatena quel macello che Bruto voleva evitare («Facciamo un sacrificio non un macello») e uccide a caso in funzione di un nome: «Il poeta Cinna, colpevole solo di avere lo stesso nome di un altro Cinna, che aveva partecipato alla congiura, fu fatto a pezzi». Più che sovrano il popolo è strumento sordo e cieco nelle mani di un folle.

I tre compagni di merende, storditi dal successo di Cesare, a lungo loro complice di scorribande, da piccoli invidiosi si trasformano repentinamente in un’intelligentia che patisce il governo costituito: «Ma che spazzatura è Roma se serve ad illuminare solo una cosa indegna come Cesare», afferma Bruto. Le cameratesche memorie, gli affetti maschili trovano in questo testo ampio spazio, come se l’amore fosse la più alta espressione della stima e della dignità che l’uno conferisce all’altro. La femminilità serve solo da negativo, contrario misero di fronte all’altezza di tutto ciò che è espresso dalla classe dirigente degli uomini: «I romani hanno conservato il corpo, i muscoli dei loro padri, ma quanto allo spirito dei nostri padri, quello è bello che morto, e ormai ci facciamo governare con lo spirito delle nostre madri, sopportando qualunque cosa come femminucce». Dall’invidia alla lotta politica e armata, il passo risulta troppo breve e le motivazioni, troppo ideologiche. Gli incubi che aleggiano su Bruto e sulla città tutta prima delle Idi di marzo sono strani fantasmi, forse un po’ ingenuamente identificati da una maschera con vaghe caratteristiche primitive.

La tensione è alta, altissima fin dall’inizio e, forse, il Cassio di Musella modula poco i suoi forti istinti, mentre Mazzarelli usa il brutto muso in modo a volte infantile, per il suo Bruto. Ma questa tragedia storica riesce a parlarci di politica, di raggiri, di sovversione con l’occhio puntato anche sul nostro tempo e le poche ingenuità non ne annullano l’impatto.

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