Magazine Lunedì 27 febbraio 2006

Compagni di banco, non di vita

Due ragazzi si conoscono sui banchi di scuola al liceo. Dopo la maturità le loro strade si dividono. È una storia come milioni di altre, come quelle della maggior parte degli studenti. Ma Fabrizio Puccinelli e Giovanni Mariotti, compagni al Liceo classico Niccolò Machiavelli di Lucca, a cinquant'anni dal diploma si ritrovano sulla copertina dello stesso libro: Gabbie (Marsilio Editori).

Si tratta di un romanzo atipico, di un libro scritto a quattro mani in tempi differenti; come dice Mariotti, è una specie di "staffetta" tra i due.
Mentre frequentava l'università Fabrizio Pulcinelli venne internato su richiesta dei genitori: elettroshock e insulina per curare la schizofrenia. Riuscì ad uscire, a lavorare, a farsi una famiglia, e ogni tanto a trovare il tempo per scrivere al suo vecchio compagno di scuola con cui, dopo un decennio, si erano rincontrati a Lucca.

Inzialmente Giovanni non fece molto caso a quei testi un po' confusi. Ma quando, nel 1992, Fabrizio morì, ha sentito l'esigenza di riaprire un capitolo mai chiuso della sua vita. Gabbie è il risultato: un romanzo in due atti, nel primo si trova parte degli scritti spediti da Puccinelli a Mariotti; il secondo è un memoriale di Giovanni. Quali sono le Gabbie? «Esistono le gabbie degli animali e quelle umane - dice l'autore - in fondo ognuno di noi è convinto di non poter essere diversamente da com'è».

Ci si trova di fronte a due vite divergenti, ed è lo stesso Giovanni a sintetizzare il senso di questa diversità con grande chiarezza: Caro Fabrizio, credi che essere nato in una famiglia di borghesi e di possidenti ti abbia caricato di un peso sotto cui hai finito per schiantarti, mentre io, orfano di uno scalpellino e con una madre donna di servizio, ho avuto inaspettatamente una vita più facile e leggera.

Da ragazzi aveva avuto l'impressione che Fabrizio sarebbe andato incontro alle sue disavventure? «No, aveva un carattere particolare, ma non tanto più di altri». Sulla malattia, Mariotti dice: «Io ho l'impressione che in princpio gli elementi schizoidi in Fabrizio non fossero più accentuati che in me». Nell'ultima parte della sua vita, invece, la sua personalità aveva preso una piega precisa: «Viveva nel suo mondo, in un egocentrismo esasperato, come se non esistesse nessun altro al mondo». Saranno stati i farmaci, o l'elettroshock, non si sa. Il fatto è che avere rapporti, comunicare con Fabrizio era diventato estremamente difficile.
Perché questo libro? «Per ricordare Fabrizio, e anche un periodo della mia vita», conclude Giovanni.
di Daniele Miggino

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