Parlami d'amore Maria - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Gioventù Mercoledì 9 febbraio 2005

Parlami d'amore Maria

Nelle foto l'attore-autore Massimo Ivaldo

Magazine - Lo spettacolo scritto e interpretato da Massimo Ivaldo è di scena all'Auditorium Allende - Teatro dell'Ortica (via Allende, Molassana), con scene di Francesca Traverso e la regia di Antonio Carletti, una produzione Teatrovunque e Ass. Cult. "Voci in capitolo". Per l'occasione vi riproponiamo la nostra intervista a Ivaldo.

Massimo Ivaldo incontra Antonio Carletti.
Non è la prima volta, li lega un’amicizia che dura da circa otto anni. Ma sulla scena sì.
L’attore chiama e il regista risponde. «Veramente ho fatto sempre l’attore», afferma Antonio, «solo di recente mi sono dedicato alla regia».
All'Auditorium Allende - Teatro dell'Ortica vanno in scena, Massino sul palco, Antonio tra le quinte, per Parlami d’amore Maria. Una storia di amori e vissuti di gioventù, narrata da anziane e nonne, ma scritta da Massimo e diventata monologo. Tutto è nato nel corso dei sei lunghi anni (e mezzo) trascorsi in una casa di riposo: «al Doria di Struppa, dove ho cominciato a lavorare come animatore sociale con la Coop SABA».

In quegli anni Massimo e il resto del gruppo tentano di forzare i confini che questa pratica recente si è autoimposta e che resta dentro l’ambito assistenzialista. «Di solito tutta la parte propositiva resta fuori, esclusa», aggiunge e continua: «Con gli anni mi sono accorto che al contrario ci poteva stare. Abbiamo osato un po’ tutti, senza fare cose incredibili. Il gioco è stato il punto di partenza: giochi di memoria, esercizi di motilità fine come lanciare, stringere, prendere, rivolti in particolare agli allettati (chi è confinato a letto, ndr). Ogni proposta aveva alle spalle una storia: quella che passava per la testa a me in quel momento, una che avevo letto, o quella che mi raccontavano loro, quelli che avevo di fronte. Ad un certo punto il rapporto tra storia e racconto è diventato il motivo principe di tutte le attività».

Ascoltare un racconto o produrlo ha assunto per Massimo il carattere di un’urgenza interiore sempre più pressante in uno che, già da ragazzino, annotava con scrupolo tutte le narrazioni della nonna materna e ne faceva tesoro su alcuni suoi quadernetti. Anche le storie delle ospiti della casa Doria (molte le donne, molte le “Maria” di primo o secondo nome) sono diventate scrittura e sono state «restituite - spiega Massimo - a chi le aveva raccontate. Ogni anno pubblicavamo un giornalino che poi circolava tra parenti, medici e assistiti. La fedeltà dei racconti era garantita da una registrazione su nastro che poi sbobinavamo. Dei racconti tagliavamo solo là dove non si capiva, il resto, seppur un po’ confuso, veniva trascritto con un evidente recupero di una caratterizzazione individuale delle singole trame. Riemergeva tutto quel personale, quella specificità, che queste persone credevano di aver perduto».

Sulla scena Massimo è solo, fa eccezione la compagnia di alcuni oggetti scelti insieme a Francesca Traverso (regista). Compagnìa vera e propria perché, come spiega l’attore, lo scialle e l’abat-jour sono appartenuti alla nonna paterna, mentre la sedia in scena la riconosce come la sedia della nonna Maria.

Come entra Antonio Carletti e il suo mondo (il ) in una vicenda creativa così personale?
Sono passati quasi tre anni da quando Massimo ha coinvolto Antonio, un anno e mezzo è andato via per la scrittura e un annetto passato a provare insieme. «Regia mi sembra una parolona - confessa Antonio - l’amicizia ci ha fatto incontrare su questo progetto e il piacere mio per il testo. Mi ha ricordato parecchie cose personali, in particolare la mia nonna materna, con la quale ho vissuto fino a 20 anni e mio nonno, mancato l’anno prima che nascesse il progetto e di cui negli ultimi tempi mi occupavo soprattutto io, anche lui in una casa per anziani».

Un trasporto emotivo ha condotto Antonio lungo il testo e un forte rispetto l’ha indotto a suggerire e a discutere con Massimo, ma mai l’ha spinto ad imporre una sua “veduta”. La sua regia è soprattutto legata a questioni di ritmo del testo e a stimolare Massimo affinché non faccia troppo sue alcune emozioni, ma piuttosto le esprirma in modo che escano e arrivino al pubblico. «Qualcosa abbiamo tagliato, per ridurre le ripetizioni, e così adesso alcune donne dicono le battute di altre, per esempio».

Nel frattempo, Antonio ha cominciato a lavorare su una nuova idea: il Vietnam, «per celebrare i 30 anni dall’ultimo elicottero. Tempo due mesi dovrei averlo pronto. Sarò solo in scena ma altre voci, video o registrate, interagiranno. Sono due gli argomenti che mi interessano. La droga, come motivo scatenante di questa guerra indocinese e i defolianti, emblematica strategia di guerra, dichiarata innocua o dagli effetti collaterali trascurabili, come molte altre nelle guerre del nostro tempo».

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