Concerti Magazine Venerdì 24 febbraio 2006

Missione "dare emozioni" all'Opera

Nella foto, Alberto Triola
© Operaclick.com

Magazine - «Forse non sanno quello che li aspetta». Alberto Triola commenta così, sornione, la propria nomina a neo-direttore artistico del Carlo Felice. Ma come, nella città più anziana d’Italia, l’istituzione ingessata per eccellenza decide di dare il timone ad un pischello (si fa per dire), il più giovane direttore artistico della nazione?
C’è qualcosa che non quadra. O si tratta di un errore, o – appunto – non sanno quello che li aspetta.

Niente di tutto questo: Alberto Triola, quarant’anni da pochi mesi, bazzica il Carlo Felice già da qualche anno come Segretario Artistico. E non è un Signor Nessuno: è stato per quattordici anni assistente di Riccardo Muti ed ha alle spalle prestigiosi incarichi al Festival Monteverdi ed al Festival dei Due Mondi. Insomma, niente paura, chi lo ha messo nella stanza dei bottoni sapeva quello che faceva.
E noi, curiosi, siamo andati a scoprire cosa ci riserva il futuro dell’Happy Charlie.

Iniziamo dall’inizio. Come sta l’opera in Italia?
«Male, la situazione è drammatica. Abbiamo inventato la notazione musicale, gli strumenti, e il melodramma; abbiamo avuto grandi compositori, grandi interpreti. E nonostante ciò la cultura musicale è molto scarsa. Quando questo si mescola ad un certo snobismo ed alla difesa di privilegi corporativi il risultato è che i musicisti vengono visti come una setta di iniziati».
Un bel ritrattino. E come fa un direttore artistico a combattere queste tendenze?
«Spezzando gli stereotipi, fra tutti la dittatura del repertorio. I titoli sono migliaia, non i soliti dieci».
Sì, ma se alla gente quei soliti dieci piacciono, come si fa?
«Il pubblico va formato, incuriosito, fidelizzato. Faccio un esempio. Nel 2003 il Carlo Felice era in crisi: per raddrizzare la situazione nel 2004 si mise a punto un cartellone “grandi titoli”. Il pubblico raddoppiò. L’anno successivo abbiamo inserito pian pianino qualche opera “diversa”, come , , : il pubblico ha continuato ad aumentare. Bisogna avere idee e fantasia: scovare nuovi talenti, puntare su repertori più economici, ma più emozionanti. La musica e l’opera non sono appuntamenti sociali, ma beni primari per lo spirito: l’imperativo categorico è “dare emozioni”».
Quindi ci aspettano altre sorprese…
«Allargheremo la fascia temporale delle proposte: in Italia c’è una grave carenza di teatro barocco, che invece furoreggia all’estero. Da noi le opere di Haendel, Monteverdi, Vivaldi sono sconosciute. Ed è un peccato, perché essendo state dimenticate per secoli, ora che vengono riscoperte regalano una freschezza che molto melodramma ottocentesco ha ormai perduto. Anche per un cantante o per un regista è molto più stimolante affrontare un’opera che non abbia una tradizione consolidata».
Le nozze però non si fanno con i fichi secchi. E la situazione del finanziamento alla cultura è drammatica.
[sospira, ndr] «In altri paesi ci sarebbero state rivolte di piazza. All’estero la cultura e la musica vengono vissute come valori nazionali, nessuno si sognerebbe di toccarli. In Italia si è mosso solo chi ci lavorava: non è sentito come un attentato al futuro dei nostri figli. Senza pensare che l’opera è un formidabile veicolo per la nostra cultura: non passa giorno senza che decine di palcoscenici nel mondo si aprano con opere italiane. La logica giusta è quella della Merkel, il neo-cancelliere tedesco, che certo non è di sinistra: “niente sussidi ma investimenti”, ha detto. Ecco, la parola giusta è “investimento”: la cultura muove l’economia, crea posti di lavoro, porta turismo».
D’altro canto, qualcuno deve anche comprendere che i tempi sono cambiati. Per la mia generazione uno stipendio da mille euro è già una manna dal cielo.
«Indubbiamente il settore della lirica ha usufruito e sfruttato un sistema vizioso di finanziamenti destinati con la logica del ripianamento, soprattutto negli anni ’60, ’70 e ’80. Con la riforma del 1997, che ha trasformato i Teatri in Enti di diritto privato questa logica non sta più in piedi. Lo Stato però non può arretrare da un impegno minimo. Ci vorrebbe un sistema serio di defiscalizzazione per gli sponsor, come negli Stati Uniti».

Ad un certo punto la musica irrompe nella stanza. L’orchestra si sta riscaldando per la Madama Butterfly e l’ufficio di Triola è direttamente collegato con la sala. Anche stasera tutto esaurito.

A proposito, com’è il pubblico genovese?
«Competente, non gliela si dà a bere. È abbastanza conservatore, però allo stesso tempo curioso: ad esempio ha imparato ad apprezzare Britten, che ora è fra i più attesi. Rispecchia un po’ il carattere ligure: diffidenza all’inizio, fiducia poi. Il pubblico delle domeniche pomeriggio è anche caldo ed estroverso».
E invece Alberto Triola che preferenze ha?
«Come forse si è capito ho una predilezione per il teatro barocco… Però amo anche il Novecento: indicherei Poulenc, Britten, Janacek e Arvo Pärt. Mi piace molto accostare antico e contemporaneo».
Come ci si sente ad essere il più giovane direttore artistico d’Italia?
«Mi sento di dover spingere verso una rottura, dando spazio alla musica nuova – e penso ai giovani compositori italiani – commissionando pezzi nuovi per piccoli gruppi orchestrali, concerti magari da fare alla domenica e aperti alla città. Mi piacerebbe anche fare un cartellone collaterale, pensavo di chiamarlo “Il Teatro solidale”. Per portare la musica nella città e nel territorio, vicino a quelli che non possono venire a teatro: bambini disabili, infermi, anziani».
Insomma, è giunta l’ora di “fare la rivoluzione”?
«Credo proprio di sì».

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