L'universalità dell'Irlanda - Magazine

Teatro Magazine Teatro Duse Giovedì 23 febbraio 2006

L'universalità dell'Irlanda

Nella foto in alto la locandina dello spettacolo

Magazine - Oggi, giovedì 23 febbraio, è il giorno in cui per il Teatro Stabile di Genova si chiude repentinamente un capitolo importante con la morte del regista Benno Besson (allievo di Brecht e figura di rilievo sui palchi europei dove per il teatro di Genova ha portato alcune importanti ) e se ne apre un altro con una nuova produzione, La Chiusa (The Weir - testo dell’irlandese Conor McPherson), per la regia di Valerio Binasco (dall’1 al 19 marzo al Teatro Duse).

Affetto e gratitudine sono di casa per la doppia occasione: quello che lega molti al lavoro e alla figura di Besson e quello che ha portato un gruppo di giovani attori (Gianluca Gobbi, Davide Lorino, Enzo Paci e ) ad insistere per lavorare insieme e con la guida di Binasco.
La gratitudine è l’ultimo messaggio che i presenti (da Carlo Repetti all’attrice Orietta Notari) rivolgono all’uomo e al maestro Besson, di cui hanno potuto conoscere e apprezzare l’aspetto artistico e umano, in una collaborazione iniziata nel ’91 con Mille franchi di ricompensa.

Valerio Binasco, da non molto alla direzione artistica dello , parla spedito di questa nuova produzione che lo riporta allo Stabile di Genova dove «lavoro volentieri», dice.
Con sguardo rinnovato devia dal tema dello spettacolo per sottolineare il grande lavoro portato avanti da questa realtà cittadina - come dagli altri stabili italiani - di cui solo di recente con il nuovo incarico ha preso realmente coscienza, comprendendo la mole e l’impegno svolto verso artisti e spettatori.

Tornando a La Chiusa, Binasco tenta in tutti i modi di evitare la trama, cercando di comunicare la storia attraverso i punti che hanno smosso il suo interesse e la sua passione per questo testo: «È uno spaccato di vita in un non-luogo, un paesino d’Irlanda se vogliamo, ma come ce ne sono tanti in tutto il mondo. Un posto dove ci si accontenta di quattro risate, che sono già una preghiera verso Dio. In essa si riversano le ultime speranze di una comunità rurale, la cui paura dell’io suscita la preghiera del noi».

Mentre parla mi scorrono davanti le immagini della recentissima pellicola dove Binasco è nel cast e è al debutto come regista cinematografico.
«L’esperienza vissuta nel corso dell’ideazione di Texas è fortemente intrecciata con La Chiusa e con McPherson in generale», chiarisce Valerio. «Si intreccia con un’idea estetica, o forse un pugno di chiacchiere tra amici che si facevano in una casetta di campagna, quando io ero più giovane e, forse, Fausto ancora minorenne». Perciò Valerio ha voluto lui per la traduzione, che è diventata una collaborazione drammaturgica. In quelle chiacchierate Valerio ricorda l’attenzione condivisa sui temi legati al nessun luogo, alle periferie urbane che «ormai appartengono anch’esse all’estetica del bello».

Fausto e Valerio hanno condiviso fin da subito la necessità di guardare a quelle realtà, sospendendo ogni forma di giudizio, tesi ad osservare per capire.
Poi è arrivato McPherson: «Pensammo che La Chiusa potesse essere il nostro manifesto», poi Paravidino ha scritto un testo «molto più bello, La malattia della famiglia M, forse già prologo di Texas. E quando Sara Bertelà ha messo in scena un altro lavoro dell’autore irlandese, Il pergolato dei tigli, Fausto ha risposto con un altro scritto, Natura morta in un fosso. Ora, con questa produzione de La Chiusa, si chiude uno sguardo», un cammino artistico che Valerio e Fausto hanno condiviso.

Per una volta anche gli attori dicono la loro senza troppe esitazioni. Precisando un’affermazione di Binasco, Lisa Galantini afferma: «quello che vedrete non è naturalismo, un tipo di recitazione che si può imparare. Quello che noi vogliamo portare in scena è qualcosa che accade proprio in quel momento. Il mio personaggio è una donna, risultato di qualcosa che le è passato addosso, prima chissà com’era. Arriva in un paesino per togliersi dalla luce, dalla gente e quando è lì le succede qualcosa di imprevisto che è piccolo, ma meraviglioso».
Enzo Paci, con sicurezza, va dritto al punto: «a lungo ho avuto un dubbio sul titolo: La chiusa, la diga», forte del lavoro fin qui compiuto dice: «forse è una metafora di come le emozioni vengano stoppate, così come la diga impedisce il libero fluire di un fiume. Una diagnosi sulla nostra società un po’ anestetizzata».



La Chiusa, di Conor McPherson
traduzione Fausto Paravidino
con Ugo Maria Morosi, Gianluca Gobbi, Davide Lorino, Enzo Paci e Lisa Galantini
regia Valerio Binasco
scene Guido Fiorato
costumi Sandra Carlini
luci Sandro Sussi
Teatro Duse dall'1 al 19 marzo

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