Un imperdibile inno macabro - Magazine

Teatro Magazine Teatro della Tosse Mercoledì 22 febbraio 2006

Un imperdibile inno macabro

Nelle immagini alcuni momenti dello spettacolo
è un uomo deforme, «un grassone trascurato e fallito», come si legge sul programma di sala. Il gobbo Mefistofele è invece rapido, anche se zoppo, e sinuoso come una serpe. Tra loro il Signore e colui che, per suo conto, è venuto in terra a salvare gli uomini di buona volontà: il Cristo. Faust come Cristo è uomo che aspira a superare i suoi limiti, desiderio che lo condurrà al patto con il diavolo. Nel Faust di J. W. Goethe (un'opera scritta lungo tutta una vita, 60 anni), accanto a questi personaggi centrali ruota un intero mondo terrestre e celeste che con loro interagisce. La compagnia polacca cerca di mettere in scena l’uno e l’altro aspetto di quest’opera complessa e fascinosa: il gioco a due fra l’uomo e il diavolo e, parallelamente, la gente, gli angeli, la cantina di Madame Auberbach, nonché le processioni e cerimonie intorno alla Pasqua, tempo goethiano del racconto.

In un mondo occidentale che sta probabilmente tra le due grandi guerre (ne è testimone in scena un soldato ferito con la sua baionetta ammantata di un velo bianco di pace annodato in cima), e culturalmente intorno alle manifestazioni tipiche degli anni ’20, domina il macabro, la corruzione dei costumi e del pensiero in nome dell’avido possedere (nefasta anticipazione dei nostri tempi).

Il regista Janusz Wisnieswski, in scena proprio nella veste di direttore (come nel "Prologo sul Teatro", che apre il Faust di Goethe), dispone le poche sedie e dà avvio ai diversi quadri, (26 per la precisione), tutti annotati sul programma di sala per agevolare il pubblico, non di madre lingua polacca, a seguire quest’articolata e rapida riduzione del lavoro epico.

«Desidererei assai andar incontro al gusto della folla», scrive Goethe nel "Prologo sul Teatro" in Faust (traduzione di Giovanni V. Amoretti), «alzati sono pali e palcoscenico ed ognuno si aspetta una festa... Solo il poeta può compiere, su gente così diversa, un tale miracolo. Amico mio, compilo oggi!». E Wisnieswski lo compie, cogliendo le parti chiave, ma anche alcuni imperdibili dettagli di questo capolavoro. Un miracolo diabolico, il suo.

La distanza linguistica, nel caso dello spettatore italiano, crea interessanti effetti. Se è vero, infatti, che la parola non è che una delle componenti del fare teatro e spesso non la più rilevante - specie nel caso di un classico - è tuttavia altrettanto vero che il dramma ottocentesco, per sua natura costruito su battute monologanti, non è lo scritto più adatto per compiere certe operazioni. È anche vero, però, che la distanza linguistica che si frappone fra lo spettatore e ciò che va in scena funziona, diventa vera distanza tra noi e il «mondo altro», dipinto con toni eccessivi tra il macabro, il kitsch, la parodia, il comico, il grottesco e il genere caricaturale.

La vivacità interpretativa di Mefistofele (il bravissimo Miroslaw Kropielnicki) e dei momenti corali (le processioni, le cene, le crocifissioni, le messe, ecc.) calpesta poi con grazia –e, credo, con grande sollievo del pubblico- l’importanza delle parole, lasciando ai segni il compito di spiccare e comunicare: così i costumi, fungono da travestimenti, e il trucco non solo contribuisce all’atmosfera da Famiglia Adams di tutta l'allegra combricola, ma ci parla di un aldilà e di un gusto necrofilo, testimone di una degenerazione dei costumi epocale. Alla grande vivacità di cui parlavo, si contrappone una certa fissità, certo voluta, del Faust di Mariusz Puchalski, che neppure dopo la trasformazione da omino gonfiabile a essere terreno, uomo elegante e amante di Margherita, accende di toni altri la sua interpretazione, lasciata ad una specie di stato ipnotico, certo non deprecabile.

La blasfemia in atto, in gran parte desunta dall’originale, dove il male sfida il sacro e se ne fa beffa, è svolta su segni noti ma stravolti, macchiati e sporcati: per fare un esempio il monogramma cristiano «INRI» (dal latino Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum, Gesù di Nazareth Re dei Giudei, titolo dispregiativo coniato, secondo il Vangelo di Giovanni (19, 19), da Ponzio Pilato e inciso sulla croce di Gesù in tre lingue, ebraico, greco e latino) qui è un’insegna illuminata, come fosse quella di un locale notturno; il Cristo è un fantoccio, sballottato su e giù dalla croce, senza possibilità di resurrezione; usato per un rito svuotato, un mero replay, a consumo dei fedeli e del loro banchettare; espediente per ribadire il fallimento del Signore di fronte al diavolo e alle sue brame su «un uomo buono... conscio della retta via», il Faust.

Un tuffo visionario dentro una simbologia rigata di sangue, giocata sui contorni di labbra livide, mani grige ad artiglio; condita da stupri, incubi e morti in scena; il tutto lungo musiche spesso da cabaret primi anni ’30 che, sfruttando l’ironia, sono capaci di incidere accuse attraverso un linguaggio del corpo gridato, che lascia il pubblico attonito e silenzioso, più attento che mai perché straniero.

Una produzione rara per stile e capacità interpretativa dell'ensemble

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin