Marco Romei e Sergio Maifredi - Magazine

Attualità Magazine Giovedì 16 febbraio 2006

Marco Romei e Sergio Maifredi

Magazine - Sesto appuntamento con la rubrica di Marco Romei, che torna a mentelocale.it ogni terzo giovedì del mese. Chi si fosse perso i primi incontri si legga le altre . Buona lettura.

Marco questa volta ha incontrato Sergio Maifredi, regista e vicedirettore del Teatro della Tosse di Genova, dove è in scena in questo momento (fino a lunedì 20) il suo ultimo lavoro su .

MR «Sergio, bisogna agire per necessità, o per libertà?»
SM «Durante la mia esperienza di regista sono arrivato al punto di fare delle scelte per riprendermi i miei tempi, i tempi delle prove, quelli della ricerca. È chiaro che quando sei all’interno di una struttura devi adeguarti alle sue regole, alle sue necessità: non puoi pretendere sei mesi di prove per uno spettacolo, quando la prassi produttiva prevede quattro spettacoli a stagione con tre settimane di prove per ognuno. Il teatro deve fare convivere la parte artistica e creativa con quella produttiva e organizzativa. Però esiste il rischio di cadere nella routine, il rischio dell’impoverimento delle energie e quindi il bisogno di poter rischiare, di non dover per forza “far bene” un lavoro; sono consapevole che si tratta di un lusso, che magari potrò permettermi solo per qualche anno. Comunque per far convivere necessità e libertà ho cercato di costruire dei progetti con delle risorse economiche diverse, autonome, per non sforare il budget, e avere tutto il tempo necessario per le prove e la ricerca».

MR «L’arte può aiutare a produrre sulla società una educazione estetica, può essere una tecnica per costruire una nuova sensibilità?».
SM «Io penso di sì. Credo sia necessario a volte porsi di fronte a idee e progetti un po’ utopici, senza i quali l’arte perde il suo fondamento. Io credo veramente che andare a teatro, a vedere una mostra, faccia stare meglio».
MR «Si racconta una storia o si racconta se stessi?»
SM «A me piace raccontare le storie degli altri. Le motivazioni della scelta della storia in qualche modo possono essere soggettive, questo sì. Ma io non posseggo una forma di racconto mia, personale. Mi diverte molto, però, interpretare un racconto scritto da un altro, giocarci, dialogarci, creare dei legami, dei punti di vista. Non mi interessa raccontare me stesso. Non riuscirei ad essere “autore” in una regia teatrale, non riuscirei ad essere come al cinema era ad esempio Fellini, che era assolutamente soggettivo, autoriale».

MR «La vita ha un copione scritto o si va a soggetto?»
SM «Fino a qualche tempo fa pensavo che le persone determinassero in maniera decisiva le proprie scelte, forse perché a me era sempre capitato così. Poi ho iniziato a pensare, ed è un fatto positivo intendiamoci, che la vita sia una cosa più forte, la vita come entità immanente al mondo, che quando la vita ha deciso che avviene una trasformazione, positiva o negativa che sia, quella avviene e quindi è inutile porsi problemi tipo “non ce la farò mai…”: al momento giusto le cose cambiano. A me questo pensiero trasmette fiducia, perché penso che le scelte che non sarò in grado di operare da solo, la vita me le imporrà. Insomma, se proprio qualcosa deve accadere, accadrà!»
MR «Sergio, niente è più fatale a una idea della sua realizzazione?»
SM «No, direi di no. Se penso ai miei spettacoli, ho sempre più o meno realizzato le idee a tavolino come le avevo immaginate. Anzi, certi attori con cui ho lavorato sono riusciti ad amplificare le mie idee, a migliorarle, a rendere le cose più belle».



è il drammaturgo del . Ha scritto anche per la radio e per il cinema. È sempre molto indaffarato a essere pigro.

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